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WASHINGTON - Lo scienziato iraniano Shahram Amiri 'ricomparso' martedì scorso a Washington per oltre un anno avrebbe collaborato attivamente con la Cia, e lo avrebbe fatto addirittura dall'Iran, ancor prima di essere 'rapito'.
Lo rivela oggi il "New York Times" che, citando fonti riservate della Cia, riporta di un piano preciso concordato con l'intelligence americana per consentire al ricercatore un rientro in patria 'da eroe'. In realtà - stando a quanto riferisce la Cia - Amiri ha collaborato con i servizi segreti americani quando ancora si trovava in Iran, oltre un anno fa, fornendo informazioni "essenziali" sul programma nucleare iraniano, per le quali avrebbe ricevuto dagli Stati Uniti 5 milioni di dollari.
Il giorno dopo il rientro in patria di Amiri, si confermano più che mai i dubbi circa il vero ruolo dello scienziato: eroe iraniano da celebrare o spia al servizio della Cia? Entrambi, a seconda che la sua vicenda venga riferita in Iran o in America. A Teheran lo scienziato è stato accolto giovedì come un eroe. Ma non è mancato chi abbia espresso perplessità, come il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, il quale pur unendosi alle celebrazioni per il suo ritorno in patria ha commentato: "prima di considerarlo un eroe bisogna vedere cosa gli è davvero successo".
A Washington invece continuano ad emergere particolari circa il 'vero' ruolo del ricercatore. Stando a quanto rivela oggi il "New York Times", Amiri è stato al servizio della Cia fin da prima che il suo caso avesse inizio. Amiri (e con lui le autorità iraniane) ha dichiarato di essere stato rapito il 4 giugno 2009 dalla Cia, mentre si trovava in Arabia Saudita in pellegrinaggio verso La Mecca.
La versione americana, come riporta il "New York Times", è invece ben diversa. Lo scienziato sarebbe "giunto" negli Stati Uniti "attraverso l'Arabia Saudita". Nel corso della sua permanenza in Usa avrebbe collaborato attivamente con i servizi segreti, fornendo informazioni "significative" sul programma nucleare iraniano.
Anzi, secondo il "New York Times", che cita fonti Cia, questa collaborazione sarebbe cominciata fin da prima del 'rapimento', quando Amiri era ancora in Iran, e si sarebbe svolta sulla base di un piano preciso. Il progetto prevedeva prima l'avvicinamento dello scienziato in Iran, quindi, in accordo con lui, la sua fuoriuscita dal Paese. La sua 'ricomparsa' all'ambasciata pakistana non sarebbe che l'ultimo atto, per permettergli di tornare in patria. "Ora la vera sfida per lui - ha detto al "New York Times" una fonte Cia - è di convincere gli iraniani che non ha mai collaborato con noi".

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SDA-ATS