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Pressato dagli Usa e dalla comunità internazionale, scaricato dall'establishment del suo stesso partito, invitato a farsi da parte persino dalla guida suprema della sua comunità religiosa (gli sciiti), il premier iracheno, Nuri al-Maliki, getta infine la spugna. L'annuncio è arrivato ieri sera, per bocca di un portavoce: Maliki si dice pronto a dimettersi e ad appoggiare Haidar al-Abadi, l'uomo incaricato di dar vita ora a un governo di 'larghe intesèe' e di tentare di ricucire quelle divisioni etnico-confessionali che lui era invece accusato d'aver approfondito, favorendo nei fatti l'ascesa dei jihadisti sunniti e la guerra civile che a 11 anni dall'invasione americana del 2003 insanguina l'Iraq più che mai.

Una svolta che si materializza nel giorno in cui Barack Obama fa sapere che la possibilità di un nuovo intervento di soldati americani sul terreno, seppur limitato, si allontana. Washington non giudica infatti più necessaria un'operazione per evacuare i profughi Yazidi bloccati sulle montagne intorno a Sinjar (tuttora 4-5000 secondo il Pentagono), perché, sottolinea il presidente, "è stato rotto l'assedio" cui erano sottoposti dai miliziani dello Stato islamico (Isis).

Ma intanto un drammatico appello è rivolto alla comunità internazionale dal presidente della Conferenza episcopale irachena, mons. Louis Sako, che chiede un intervento per "ripulire da tutti i miliziani jihadisti" la provincia di Ninive e il suo capoluogo Mosul.

Un alto responsabile dell'Isis, nel frattempo, ha confermato alla CNN che i jihadisti tengono prigionieri almeno cento fra donne e bambini Yazidi, rapiti una settimana fa a Sinjar quando i combattenti sono entrati, "uccidendo un alto numero di uomini". "Posso confermare che sono stati portati a Mosul e che li convertiremo all'islam", ha aggiunto.

Intanto la situazione politica si sblocca a Baghdad, con il premier Maliki che fa annunciare le sue dimissioni, il riconoscimento della propria "sconfitta", la rinuncia al ricorso contro la scelta del presidente Fuad Masum di negargli un terzo mandato e la decisione di sostenere come successore il suo compagno di partito sciita Haidar al Abadi: designato col compito di provare a formare finalmente un governo di riconciliazione nazionale.

A far cedere Maliki ha forse giovato l'invito a farsi da parte della massima autorità sciita del Paese in persona, il Grande Ayatollah Ali al Sistani: partito fin da luglio.

Ma intanto le violenze continuano a mietere vittime civili. Almeno cinque persone sono state uccise e 14 ferite in un nuovo attentato avvenuto nel sud-est di Baghdad, dopo le 16 morte ieri in una serie di cinque esplosioni. Mentre quattro bambini, secondo la televisione panaraba Al Jazira, sono morti in un bombardamento di jet governativi sulla città di Falluja, 60 chilometri a ovest della capitale, che da gennaio è nelle mani dell'Isis.

Un centinaio di marines e uomini delle forze speciali americane hanno compiuto da parte loro una sortita sulle montagne intorno a Sinjar per valutare la situazione dei rifugiati Yazidi intrappolati nella regione. Il presidente Obama ha detto che i profughi non sono più sotto l'assedio dei miliziani dell'Isis, grazie anche ai raid Usa, e che migliaia di loro continuano a lasciare la zona ogni notte, aiutati dai miliziani curdi. Per questo non sarà necessario un intervento sul terreno per la loro evacuazione, anche se gli americani, ha precisato Obama, continueranno i bombardamenti per "proteggere i civili e il personale americano". Sono invece destinate a diminuire le missioni per il lancio di aiuti ai profughi Yazidi, ai quali hanno cooperato aerei britannici.

Mons. Sako, patriarca della Chiesa caldea, ha tuttavia chiesto in una lettera all'agenzia Asianews "un intervento degli Usa, della Ue e della Lega Araba" per liberare tutto il nord dell'Iraq dai jihadisti, che minacciano anche i cristiani. Ricordando che centomila di loro sono stati costretti a fuggire davanti all'avanzata dell'Isis, il patriarca accusa lo Stato islamico di volere compiere un "lento genocidio" eliminando la comunità cristiana. "Sotto il profilo umanitario e spirituale, le circostanze attuali non possono essere considerate accettabili", afferma Sako.

E nel Kurdistan iracheno, in prima linea davanti all'offensiva jihadista, è arrivato anche l'inviato di Papa Francesco, il cardinale Fernando Filoni, ex nunzio apostolico a Baghdad. La Francia comincerà frattanto ad inviare "armi sofisticate" ai combattenti curdi dalle prossime ore, ha annunciato il ministro degli Esteri Laurent Fabius. Mentre l'esercito tedesco inizierà domani il trasporto di attrezzature militari e aiuti nel nord Iraq, compresi quattro aerei Transall.

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SDA-ATS