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Vendette contro una popolazione araba sunnita percepita in toto come sostenitrice dei jihadisti e rivalità sui nuovi assetti territoriali: non sarà tranquillo il futuro delle regioni liberate dalla presenza dell'Isis, come dimostrato da quanto sta avvenendo in Iraq.

L'ultimo caso è quello di Sinjar, città "patria" della minoranza Yazidi nel nord-ovest del Paese, dove in migliaia sono stati uccisi e molte donne ridotte a schiave sessuali nell'estate del 2014, dopo l'ingresso dello Stato islamico. Vian Dakhil, la deputata irachena di questa minoranza che ha denunciato per prima le violenze contro la sua comunità, ha rivolto ora un appello ai correligionari perché non si lascino andare a vendette contro la popolazione locale che ha sostenuto l'Isis. "Solo le autorità giudiziarie possono individuare i collaborazionisti", ha affermato Dakhil.

Saccheggi e distruzioni di case sono stati segnalati da quando, a metà novembre, la città è stata riconquistata da una coalizione curda con l'appoggio dei raid aerei americani. Ma questa volta a commetterli sono stati Yazidi per vendicarsi della popolazione araba e turcomanna sunnita, che in parte aveva sostenuto l'Isis.

Violenze simili erano già avvenute in altre parti dell'Iraq sottratte al controllo dello Stato islamico, in particolare nella provincia di Diyala. Nell'ottobre del 2014 Amnesty International aveva accusato le milizie sciite, armate e sostenute dal governo di Baghdad e in parte dall'Iran, di avere ucciso decine di civili sunniti. Con il rischio che un maggior numero di appartenenti a questa comunità si schieri per reazione con il "Califfato".

Ma Sinjar è anche un simbolo dei nodi politici che verranno al pettine quando lo Stato islamico sarà stato sconfitto. La città è stata strappata all'Isis da milizie curde irachene, siriane, turche del Pkk e degli Yazidi. Ma tensioni sono subito scoppiate sugli assetti futuri dell'area.

Le autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno hanno affermato che Sinjar è ormai parte integrante del loro territorio, e hanno intimato alle altre formazioni curde di lasciare la città. Mentre il governo centrale di Baghdad ha espresso il suo malumore per il fatto che i Peshmerga abbiano innalzato la bandiera curda sulla città.

Una deputata sciita del Parlamento di Baghdad, Aliya Nusayef, ha accusato apertamente gli Stati Uniti di avere dato "luce verde" al presidente del Kurdistan iracheno, Massud Barzani, per impossessarsi di sempre nuove parti di territorio finora sotto il controllo del governo centrale, compresa la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio.

Ma alcuni capi tribali anti-Isis accusano anche Washington di non fornire sostegno aereo, come fatto a Sinjar, alle forze lealiste che da mesi cercano di strappare all'Isis la città di Ramadi, capoluogo della provincia occidentale di Al Anbar. Fonti locali si dicono convinte che a frenare l'impegno degli Usa sia il timore di vedere piombare la città nel caos e nella violenza dopo la partenza dei jihadisti, poiché alcune forze tribali si sono schierate proprio con l'Isis, insieme a una parte delle forze di polizia locali.

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SDA-ATS