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Isis: TPF, iracheno resta in carcere, dichiarazioni scioccanti

Gli svizzeri "vanno decapitati, non convertiti": lo avrebbe affermato uno dei tre iracheni, presunti membri dell'Isis, arrestati nel marzo 2014 su ordine della Procura federale perché sospettati di aver pianificato un attentato terroristico.

La scioccante affermazione è citata in una sentenza del Tribunale penale federale (TPF) pubblicata oggi.

Nella sentenza, datata 30 aprile, i giudici di Bellinzona respingono il ricorso dell'iracheno contro il prolungamento di sei mesi della detenzione preventiva, chiesto lo scorso marzo dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC).

Con i due presunti complici l'iracheno, che si sposta su una sedia a rotelle e che aveva in passato depositato una richiesta di asilo in Svizzera, è accusato di appartenenza e sostegno a una organizzazione criminale, nella fattispecie quella oggi chiamata Stato Islamico (Isis), e di atti preparatori per un attentato terroristico, da compiere con esplosivi o gas tossici.

L'uomo si è rivolto al TPF sostenendo che il sospetto iniziale di preparazione di un attentato non sussiste più e che rimane solo quello di sostegno di una organizzazione criminale, per il quale mancano peraltro prove sufficienti. La Corte dei reclami penali del TPF la vede però diversamente. Essa si basa, per mantenerlo in carcere, sulle affermazioni fatte dall'iracheno, che ha avuto una intensa corrispondenza, via diversi conti Facebook e tramite telefonate via Skype intercettate, con un membro di primo piano dell'Isis sulla "guerra santa" condotta dall'organizzazione islamista che sta mettendo a ferro e fuoco Siria e Iraq.

L'iracheno, che viveva nel canton Sciaffusa ed è ora incarcerato nel canton Berna, manifesta l'intenzione di costituire in Svizzera una "filiale" dell'Isis e di fare da questo paese "un buon lavoro", espressione che secondo il TPF indica attività terroristiche. Il fatto che il ricorrente si identifichi pienamente con le attività terroristiche dell'Isis e si ritenga un suo membro è provato chiaramente, secondo il tribunale, da un gran numero di sue affermazioni. Egli stesso si definisce un guerriero dell'Isis, per cui dice di aver combattuto in patria nel 2006/2007.

Sempre secondo sue dichiarazioni, l'iracheno era un combattente amato e stimato dai commilitoni, specializzato nella preparazione di attentati suicidi. Dopo il suo ferimento sarebbe stato visitato da 300 persone.

Il TPF nota poi che "anche il suo comportamento verso il paese che lo ospita, gli concede assistenza medica e gli consente tramite l'aiuto sociale una buona esistenza, non gioca a suo favore". Riferendosi agli svizzeri cristiani si sarebbe espresso con le parole: "Sì, per Dio, sono da decapitare non da convertire". Secondo il TPF un prolungamento della detenzione preventiva fino al 20 settembre sembra dunque "senz'altro adeguata".

(Sentenza BH 2015.3 del 30 aprile 2015)

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