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Un tribunale israeliano ha oggi respinto la richiesta di indennizzo presentata dai genitori di Rachel Corrie, l'attivista filo-palestinese americana rimasta uccisa il 16 marzo 2003 a Rafah (Gaza) mentre cercava di impedire le attività di una ruspa militare israeliana. Il giudice ha stabilito che non c'è stata negligenza da parte del conduttore della ruspa che, ha notato, si trovava esposto al fuoco palestinese.

Attivista dell'International Solidarity Movement - i cui membri sono noti anche come "scudi umani" - Corrie era giunta con altri sei compagni nel marzo 2003 a Rafah (sulla linea di demarcazione fra Gaza e il Sinai egiziano) e aveva tentato di impedire ad una ruspa militare di spianare un'area dove, secondo l'esercito, si annidavano miliziani palestinesi e venivano scavati tunnel di contrabbando.

Secondo quanto riferisce il sito Ynet, il giudice del tribunale distrettuale di Haifa, che ha esaminato e respinto la richiesta di risarcimento presentata dai genitori dall'attivista, ha stabilito che la morte di Rachel Corrie è stata in realtà un incidente. "È stata lei stessa a mettersi in una situazione di pericolo", ha aggiunto.

In questi anni la figura di Rachel Corrie è divenuta, nei Territori e fra gli attivisti filo-palestinesi, un simbolo della lotta non violenta contro l'occupazione israeliana.

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SDA-ATS