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Kalashnikov, mitra, pistole e perfino una bomba a mano funzionante. È l'arsenale che la Squadra Mobile di Milano ha sequestrato a Gavirate, nel Varesotto, nel corso dell'indagine che, lo scorso 16 ottobre, ha portato all'arresto in Ticino di sei rapinatori italiani.

I malviventi erano armati e in procinto di assaltare un furgone portavalori. La notizia del sequestro è stata divulgata dalle agenzie stampa italiane Ansa e Agi.

I sei uomini tra i 25 e i 50 anni, residenti nelle province di Varese e Milano, erano stati fermati la mattina del 16 ottobre a Castelrotto, nel Malcantone, pochi minuti prima dell'assalto a un furgone portavalori che avrebbe dovuto fruttare 5 milioni di euro.

Nell'ambito dell'operazione denominata "Duomo" erano state sequestrati un furgone e due vetture, un mitra e una pistola semiautomatica come pure "jammer", strumenti utilizzati per impedire ai telefoni cellulari di trasmettere o ricevere onde radio e pure in grado di impedire il corretto funzionamento di sistemi GPS. Adesso gli agenti della Mobile hanno trovato l'arsenale che, secondo gli investigatori, la gang intendeva usare per mettere a segno altre rapine.

Le armi sono state ritrovate nell'appartamento della nonna di Fulvio Bondio, 26 anni, il più giovane dei rapinatori della gang. In una stanza Bondio aveva nascosto due fucili mitragliatori kalashnikov, un mitra Uzi del tutto simile a quello sequestrato poco prima che scattasse la rapina ma dotato di silenziatore, una bomba a mano funzionante, una carabina monocanna, una pistola automatica, 300 cartucce di vario calibro, 3 ricetrasmittenti e alcuni passamontagna.

Tutte le armi erano dotate di matricola, e si ritiene che siano state importate illegalmente, forse dai paesi dell'Est. Sul fronte della detenzione illegale di armi da guerra, Fulvio Bondio rimane al momento l'unico indagato del gruppo, ma gli investigatori ritengono che l'arsenale fosse nella disponibilità di tutta la banda.

Il Ministero pubblico e la Polizia cantonale ticinesi hanno indicato il 19 ottobre scorso che il Giudice dei provvedimenti coercitivi ha confermato gli arresti, per tre mesi, dei sei italiani fermati a Castelrotto. L'inchiesta è coordinata dal Procuratore pubblico Nicola Respini.

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SDA-ATS