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Il processo Eternit del tribunale di Torino all'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, accusato di omicidio volontario per la morte da amianto di 258 persone, può andare avanti.

È quanto discende da una decisione della Corte Costituzionale sul "ne bis in idem", principio per cui non si può essere processati due volte per lo stesso fatto.

Schmidheiny era stato definitivamente prosciolto per prescrizione da una precedente accusa di disastro ambientale doloso, per la quale la Corte d'Appello di Torino lo aveva a 18 anni di carcere. Dichiarando incostituzionale una sorta di automatismo contenuto nel codice, la Consulta riconosce più discrezionalità al giudice.

Secondo i legali di Schmidheiny, la Corte ha rilevato che "186 delle 258 vittime sono già state oggetto del primo processo Eternit" e "riproporre una nuova imputazione per tali casi significherebbe ledere il principio del ne bis in idem". Sempre secondo lo staff dell'imprenditore elvetico per gli altri 72 casi "la difesa dimostrerà nuovamente che l'accusa di omicidio volontario è del tutto inconsistente e che un secondo processo è inammissibile".

In una sentenza estremamente tecnica del 31 maggio ma pubblicata oggi, la Corte sottolinea che non basta un concorso formale tra reato già giudicato e quello ancora da giudicare per far scattare il "ne bis in idem", dice in sostanza la Consulta nella sentenza n. 200 depositata oggi. E se da una medesima condotta, già giudicata, scaturisce una nuova morte, questa "è un nuovo evento in senso storico".

La decisione odierna non solo lo fa ripartire, ma lascia aperte molte porte rispetto all'esito, sia per quanto riguarda i nuovi casi di morte al centro del dibattimento, sia per quei 186 già oggetto del primo processo.

Il giudice - scrive la Corte - "sulla base della triade condotta-nesso causale-evento, può affermare che il fatto oggetto del nuovo giudizio è il medesimo" di quello precedente "solo se riscontra la coincidenza di tutti questi elementi, assunti in una dimensione empirica. "Non dovrebbe esservi dubbio, ad esempio, sulla diversità dei fatti, qualora da un'unica condotta scaturisca la morte o la lesione dell'integrità fisica di una persona non considerata nel precedente giudizio, e dunque un nuovo evento in senso storico". "Ove invece tale giudizio abbia riguardato anche quella persona occorrerà accertare se il fatto già giudicato (la morte o la lesione) sia nei suoi elementi materiali realmente il medesimo, anche se diversamente qualificato per titolo, per grado e circostanze". E questo vale per quei 186 morti per cui è già intervenuta la prescrizione.

I "giudici delle leggi" italiane hanno dichiarato la parziale legittimità costituzionale dell'articolo 649 del codice penale, accogliendo in parte l'eccezione sollevata il 24 luglio del 2015 dalla giudice dell'udienza preliminare (Gup) di Torino, Federica Bompieri, circa l'applicabilità al caso Eternit del principio in base al quale non si può essere processati due volte per lo stesso fatto. La Gup torinese aveva ritenuto inapplicabile il "ne bis in idem", chiesto dalla difesa di Schmidheiny. Bompieri aveva eccepito la dubbia legittimità costituzionale dell'articolo 649 nella parte in cui, in base al diritto nazionale, per valutare la medesimezza del fatto stabilisce criteri più restrittivi di quelli ricavati dall'articolo 4 del Protocollo numero 7 alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu).

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SDA-ATS