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ROMA - Decine di migliaia di persone - circa 1 milione secondo gli organizzatori, 150'000 stando alla questura - hanno partecipato oggi a Roma alla manifestazione del Popolo della libertà. Di fronte fronte alla osannante piazza San Giovanni il premier Silvio Berlusconi ha ribadito invece ad una ad una, le cose dette nei passati giorni di campagna elettorale, senza ulteriormente alzare l'asticella dello scontro, ma senza neppure abbassarla.
Durissimo ma non nuovo l'attacco alla sinistra "ammanettata ad Antonio Di Pietro", che "non ha il senso dello Stato". Pesante, ma già sentita, l'accusa ai giudici di sinistra "che hanno dettato tempi e modi della campagna elettorale". Non inedita la richiesta di un "forte mandato per una vera rivoluzione liberale nei prossimi tre anni", con tanto di riforma presidenzialista, della giustizia, del fisco.
La cosa più nuova è apparsa quindi l'esibito ottimo rapporto con Umberto Bossi, con il quale "l'alleanza terrà sempre, perché è un uomo di grande equilibrio, misura, lealtà. Uno come noi, del popolo, lontano dai salotti chic, con gli stessi valori e principi che abbiamo noi". Altro che 'competition' con la Lega: il messaggio del premier - che cavalca non a caso anche temi cari al Carroccio come la lotta all'immigrazione ed la velleità della sinistra di farne un nuovo bacino di voto - è che la lealtà in politica paga. Tutti gli esponenti dell'ex An sono sul palco e Berlusconi li chiama "amici", ma a confronto con gli elogi a Bossi risalta il fatto che il Cavaliere neppure nomini il co-fondatore Gianfranco Fini, che dalla piazza si è tenuto distante per il suo ruolo istituzionale.
Berlusconi lo dice subito: quella di San Giovanni è "una grande festa di libertà". "Siamo tantissimi - allunga lo sguardo sulla folla - uomini e donne che amano la libertà e vogliono restare liberi. La maggiore forza politica del paese, che oggi con compostezza manifesta, si prende la scena con determinazione ed orgoglio non per andare contro qualcuno o per accendere falò di invidia e di odio, ma per difendere "il diritto di voto e di non essere spiati". "Scendiamo raramente e con fatica in piazza - sottolinea il premier - ma quando ce vò ce vò...E questa volta è stato assolutamente necessario farlo".
"L'amore vince sempre sull'odio", ribadisce Berlusconi prima di snocciolare la sua giaculatoria di accuse ai giudici e alla sinistra, che "é incapace di governare e sceglie avversari ancora peggiori, ammanettata com'é al giustizialista Di Pietro". Una sinistra che che, se dovesse vincere, "metterebbe la libertà rischio". Esattamente come nel '94 quando il Cavaliere decise di scendere in campo. Oggi Berlusconi chiama ad un'altra "scelta di campo". Il premier è duro anche con "quei magistrati politicizzati che portano avanti una giustizia ad orologeria e intercettazioni a tappeto per fare una politica contro di noi". "L'ultimo ridicolo atto" è l'inchiesta di Trani, ma prima c'era stato "il fango gettato addosso a Bertolaso, persona moralmente onesta che ha lavorato per il bene del paese".
Dopo aver indicato l'obiettivo di "sconfiggere il cancro" nei prossimi tre anni di legislatura, il premier chiama quindi i 13 candidati governatori a recitare tutti insieme la 'promessa del buon governo'. "Vinceremo lo stesso nel Lazio", assicura il premier prima che lo raggiunga la doppia notizia del no del Consiglio di Stato alla riammissione delle liste Pdl e di quello della Regione al rinvio di quindici giorni delle elezioni chiesto da Sgarbi. Il premier lo apprende amareggiato, mentre nel cuore si sente contento della "straordinaria" riuscita della manifestazione.

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SDA-ATS