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"La ruspa fa giustizia di tanti errori. La ruspa, prima che per sgomberare i campi rom, la uso per Renzi. La ruspa la usiamo per far ripartire il lavoro". È un mantra, quello di Matteo Salvini, mattatore sul palco di Pontida.

Al tradizionale raduno, per la prima volta aperto alle nuove leve del Centro e del Sud Italia, tanto da non escludere una manifestazione simile anche dalle loro parti, il segretario della Lega ha dato corpo ufficialmente all'ambizione di guidare il centrodestra italiano.

Sfidando il Pd del premier Matteo Renzi, che "manderemo a casa". Ma senza aggiungere alcunché di nuovo sui rapporti ancora incerti con i possibili alleati. Salvini immagina un Paese "normale". E al di là del simbolismo spiccio della ruspa (ne è stata messa una anche accanto al palco) ha fatto un discorso quasi misurato, rispetto ai tanti 'vaffa' che i suoi giovani emuli hanno pronunciato appena prima di lui. Un Paese normale, per Salvini, dà la precedenza agli italiani rispetto agli immigrati, specie se clandestini. Garantisce sicurezza. E moltiplica le opportunità di lavoro. Tutte parole chiave di Pontida 2015.

"Vinceremo e cambieremo questo Paese, partendo dalle cose necessarie, dalle cose possibili - ha detto il 'capitano' citando persino San Francesco -. E cambieremo anche l'Europa che è un'unione sovietica criminale che uccide le identità e le diversità. La scelta della Lega è una scelta di normalità: oggi si fa la storia, abbiamo impegnato la nostra vita perché i nostri figli possano vivere liberamente e serenamente nella terra dei nostri nonni".

Dopo la ruspa, i figli sono un altro simbolo esibito con insistenza da Salvini, che ha voluto attorno a sé per tutta la durata del comizio i bambini dei militanti presenti (in giro c'era anche la sua piccola Mirta con la madre Giulia), a simboleggiare l'impegno "per il futuro".

'Matteo, Matteo', ha invocato il popolo di Pontida (gli organizzatori parlano di 50.000 persone), come un tempo trepidavano per Umberto Bossi, il vecchio Capo che ha parlato dal palco mettendo da parte le critiche espresse ieri sull'impronta nazionalista della nuova Lega, ma che parlando a Renzi ha avvertito anche il giovane Salvini: "I voti non sono niente anche in democrazia, se non sono finalizzati a cambiare il Paese".

Salvini e Bossi si trovano dunque d'accordo su una cosa: la Lega "non deve" fare alleanze a tutti i costi, ma solo su un progetto chiaro di cambiamento dell'Italia. Quello che il segretario ha in animo di dire martedì nell'incontro con Silvio Berlusconi, altrimenti "ci alleiamo con il 50% di italiani che non è andato a votare".

"Noi non rappresentiamo la rabbia né il rancore, ma siamo qui per costruire la speranza e il futuro dei nostri figli, la paura la lasciamo a Renzi e alle sue damigelle" è l'immagine costruttiva che il leader della Lega vuole consegnare di sé. Ma alla fine c'è un tema su cui non può smettere i panni del signor no, l'immigrazione. Fino a lanciare una frecciata a Papa Francesco: "Mi fa piacere che oggi a Torino abbia trovato il tempo per incontrare dei rom, sono sicuro che avrà incontrato anche i torinesi esodati". Giù applausi.

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SDA-ATS