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Stabilimento Ilva a Taranto

KEYSTONE/AP PRESL/LaPresse/Dff

(sda-ats)

La somma di 1 miliardo e 330 milioni di euro che la famiglia Riva si dice disposta a versare per il risanamento ambientale dei danni causati dall'acciaieria Ilva di Taranto è troppo bassa.

Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari di Milano, Maria Vicidomini. Il denaro rimane bloccato in Svizzera.

Il giudice, nel respingere oggi la richiesta di patteggiamento avanzata da Adriano, Fabio e Nicola Riva, ha ritenuto non solo "incongrue", perché troppo basse, le pene concordate, ma ha bocciato anche la cifra che la famiglia proprietaria del gruppo intende restituire.

Tale somma era stata sequestrata tempo fa e, come stabilito dall'accordo con la Procura, dovrebbe rientrare dalla Svizzera ed essere destinata alla bonifica ambientale dell'Ilva. È di ieri la notizia che il Tribunale federale (TF) ha rinviato ulteriormente la decisione riguardo al trasferimento in Italia della somma. Prossima udienza il 31 marzo, se nel frattempo in Italia le cose si saranno chiarite.

Il giudice milanese ha bocciato su tutta la linea l'accordo al quale per mesi hanno lavorato avvocati penalisti e civilisti e il procuratore della Repubblica Francesco Greco con i pm titolari dell'indagine Stefano Civardi e Mauro Clerici.

Oltre a ritenere non congrue le pene concordate con i pm, non ha ritenuto adeguata la cifra di 1 miliardo e 330 milioni di euro messa sul piatto dai Riva per la bonifica dello stabilimento di Taranto in cambio di un trattamento più morbido nella definizione della posizione giudiziaria dei tre imputati.

Il rientro dei soldi congelati su un conto svizzero era stata annunciata lo scorso novembre dall'ex premier Matteo Renzi, ma ora è possibile che tutta l'operazione messa a punto possa subire un rallentamento.

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SDA-ATS