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PADOVA - Certo serve conoscere il diritto, le norme commerciali o edilizie, ma in strada tra la gente un vigile deve saper capire anche chi non fa gran uso dell'italiano, e non perché straniero. Sembra proprio essere questa la ragione che ha portato la giunta di Battaglia Terme a inserire tra i criteri di valutazione per un posto di vigile urbano la "dimostrazione di comprensione della 'parlata' veneta".
"Il requisito - spiega il sindaco Daniele Donà - è solo un elemento in più che serve a individuare la persona più adatta a svolgere un lavoro in continuo contatto con persone che usano il dialetto per ogni attività quotidiana". In un paesino di poco più di 4000 abitanti, dove tutti si conoscono come in tante altre realtà della terra veneta, non è una novità che la lingua "ufficiale" per regolare questioni economiche, rapporti personali, contatti con gli enti pubblici, spesso non è l'italiano ma il dialetto. Allora il requisito inserito nel bando di mobilità interna su richiesta dell'assessore leghista Alfredo Bedin - "ma fatto proprio dalla giunta" dice il primo cittadino, espressione di una lista civica di centrodestra - per il Comune diviene un modo per dare una risposta concreta a un problema reale: chi gira tra la gente ed è al suo servizio deve capirla quando questa parla.
Il sindaco non accetta insinuazioni del tipo che in fondo potrebbe esserci un qualcosa di discriminatorio verso chi veneto non è: "E no! Attenzione - ribatte - non è un parametro che riguarda l'etnia o l'appartenenza territoriale". Subito arriva l'esempio: "Se c'è un vigile urbano di origine senegalese con cittadinanza italiana o uno di un qualsiasi altro Paese della Comunità Europea che dimostra in sede di esame davanti alla commissione di comprendere bene il dialetto ha gli stessi punti di un candidato veneto". La comprensione della 'parlata' locale, infatti, vale due punti sui 30 complessivi previsti.
Se il sindaco manifesta un certo stupore per una questione che "tutto è tranne che un atto di discriminazione" - in considerazione poi che è un bando interno, cioè rivolto ai rappresanti delle polizia locali di altri comuni che vogliano trasferirsi a Battaglia - puntuale si è accesa la polemica.
Gian Luigi Beccaria, linguista e professore emerito di storia della lingua italiana, dice che bisognerebbe definire "di quale dialetto stanno parlando" visto che il veneto, come il lombardo o il piemontese, "non esistono. Sono agglomerati di dialetti al loro interno". Lo studioso vede la proposta come l'ultimo atto della provocazione politica leghista.
Pronta la risposta del vicesindaco Alessandro Baldan che ricorda che certo i dialetti sono tanti ma proprio per questo è giusto tener conto di quello che si parla a Battaglia Terme dove spesso "come altrove, lo parlano più di frequente che non l'italiano o l'inglese o il francese". Sul piano operativo, spiega Baldan, no cambierà niente: i vigili continueranno continueranno a rivolgersi ai cittadini in italiano e "non si vuole introdurre nessun pregiudizio né per i vigili né per i cittadini né per la lingua italiana". Il requisito è "solo un modo come tanti altri per far sì che Comune e cittadini parlino la stessa lingua".
Da parte sua, il presidente del Veneto Luca Zaia dice di non capire proprio "quale sia il problema". La proposta, rileva, "esprime semplicemente un'esigenza territoriale, legata al profondo radicamento della comunità nella propria lingua materna. Non significa certo che i vigili siano obbligati a parlare in dialetto, ma che dimostrino la capacità di comunicare e di comprendere il popolo, costituito anche da gente anziana, per il quale si presuppone debbano svolgere un pubblico servizio".
Anche il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo non ha dubbi: "Credo che l'amministrazione di Battaglia abbia visto giusto". Il bando, intanto, scade il 18 giugno e finora, a detta del sindaco, non sono state avanzate richieste.

SDA-ATS