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Kosovo: nuova fiammata violenza a nord fra serbi e Kfor

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 novembre 2011 - 18:51
(Keystone-ATS)

Nuova, improvvisa fiammata di violenza nel nord del Kosovo, dove la notte scorsa 21 militari della Kfor sono rimasti feriti, uno in modo grave, in scontri con manifestanti serbi. E gli incidenti rischiano di compromettere le chances della Serbia di ottenere lo status di paese candidato alla Ue nel vertice europeo del 9 dicembre.

Un contingente di soldati ungheresi e portoghesi della Kfor, la Forza Nato in Kosovo, ha tentato di smantellare a Dudin Krs, presso Zvecan, una delle barricate erette nei mesi scorsi dai serbi nel nord, a ridosso del confine con la Serbia, per protestare contro la presenza di poliziotti e doganieri kosovari albanesi nei due posti di frontiera di Jarinje e Brnjak.

I serbi, che presidiano notte e giorno le barricate e i blocchi stradali, hanno risposto con un fitto lancio di sassi e con l'impiego di tre grossi camion carichi di ghiaia, che hanno fatto avanzare verso il cordone dei militari. Il portavoce della Kfor, Uwe Nowitzki, ha detto in un comunicato che i soldati sono stati costretti per autodifesa a sparare colpi di avvertimento in aria, e a far uso di gas lacrimogeni e di manganelli.

Per evitare tuttavia una pericolosa escalation della situazione sul terreno, la Kfor ha deciso di desistere dall'azione contro la barricata, con possibili gravi perdite da ambo le parti. "Le barricate non valgono la perdite di vite umane", ha detto il portavoce delle truppe Nato.

Dei 21 militari rimasti feriti, uno solo ha riportato gravi lesioni dopo essere stato colpito violentemente da uno dei camion impiegati dai serbi, e che hanno scaricato enormi quantità di ghiaia e pietrisco a formare nuovi posti di blocco. Il soldato tuttavia non è in pericolo di vita. Numerosi manifestanti serbi da parte loro hanno dovuto far ricorso ai medici per le conseguenze del fitto lancio di lacrimogeni.

Una dura condanna dell'azione di forza della Kfor è venuta dal governo di Belgrado, che ha ribadito la contrarietà a tale tipo di iniziative unilaterali e la necessità di risolvere col dialogo e il negoziato i problemi sul tappeto. "Il governo serbo invita le rappresentanze internazionali in Kosovo, e in particolare i militari della Kfor, a garantire la difesa della popolazione", ha detto il portavoce governativo Milivoje Mihajlovic.

In realtà la dirigenza di Belgrado, filoeuropeista e riformatrice, propensa a una linea moderata e negoziale ma che non può trascurare l'approssimarsi delle elezioni della primavera 2012, sembra sempre più in imbarazzo di fronte all' intransigenza dei manifestanti radicali serbi nel nord del Kosovo, la cui protesta dura e a oltranza appare controllata e appoggiata piuttosto dalle forze dell'opposizione conservatrice e ultranazionalista di Belgrado.

Il 12 ottobre scorso la commissione Ue aveva raccomandato la concessione alla Serbia dello status di paese candidato all' adesione, condizionandola tuttavia alla ripresa del dialogo con Pristina e a un generale miglioramento delle relazioni con il Kosovo. Il dialogo è ripreso l'altro ieri, seppur con risultati non esaltanti, ma l'alta tensione che persiste nel nord del Kosovo non aiuta certo Belgrado, che attende con crescente ansia la decisione sulla sua prospettiva europea da parte del consiglio Ue in programma il 9 dicembre.

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