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L'Isis continua a fare soldi con il petrolio e un anno di bombardamenti americani pare avere inciso ben poco sul traffico di oro nero che riempie le casseforti e gli arsenali dei jihadisti. Lo rivela un'inchiesta del Financial Times.

Il giornale accredita un flusso di denaro di almeno 500 milioni di dollari incassati ancora negli ultimi 12 mesi, grazie al greggio, dagli uomini del 'califfò al-Baghdadi.

Il giornale della City smonta le aspettative diffuse dai servizi occidentali e le indicazioni ottimistiche riecheggiate fino a qualche tempo fa. E cita testimonianze prese alla fonte fra specialisti del settore e persone coinvolte direttamente nel contrabbando dalle aree di Siria e Iraq sulle quali sventola la bandiera nera dell'Islam ultraradicale. Mentre lascia intendere che, di fatto, gli oltre 10.000 raid condotti dal 2014 dalla coalizione a guida Usa siano stati sostanzialmente un flop. A dispetto dei bollettini più o meno trionfali che rivendicano attacchi e danni a raffinerie e tratti di oleodotti in mano ai seguaci del 'califfò, le capacità petrolifere del sedicente Stato Islamico non risultano in effetti intaccate più di tanto: con una produzione minima quotidiana stabile attorno ai 34-40.000 barili e ricavi pari a qualcosa come 1,53 milioni di dollari al giorno. E questo senza naturalmente contare - incalza la testata londinese - le ulteriori fonti di finanziamento generate da "tassazione ed estorsioni" nei territori che l'Isis controlla e dallo "spaccio di antichità depredate": almeno di quelle che non vengono distrutte per ragioni di furore 'anti-idolatricò e di propaganda truculenta. Il quotidiano britannico presenta le sue conclusioni come il frutto di un'indagine giornalistica approfondita e prolungata sul campo. I dati pubblicati appaiono sconfortanti, ma il persistente giro d'affari petrolifero annuo non inferiore al mezzo miliardo di dollari è confermato ormai - a mezza bocca - anche da fonti diplomatiche americane e singoli funzionari di agenzie d'intelligence occidentali interpellati in forma anonima dal Ft. La sensazione è che su questo fronte l'Isis si sia mostrato finora quasi impermeabile alle armi della coalizione (a cui sulla carta ha aderito una sessantina di Paesi) messa su da Washington con l'ambizione dichiarata di fare piazza pulita.

Uno stato di cose che contrasta con i successi ottenuti invece a suo tempo dalla comunità internazionale nell'aggredire i canali di finanziamento di Al Qaida dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, sottolinea ancora il Financial Times, rilevando del resto come lo 'Stato Islamicò - a differenza della rete terroristica fondata da Osama bin Laden - possa reperire buona parte delle risorse di cui ha bisogno "entro i suoi confini, senza dipendere da raccolte occulte di fondi dall'estero".

Risorse che poi è in grado di indirizzare e scambiare all'esterno. Probabilmente attraverso reti di complicità che continua ad avere anche in Paesi della regione alleati degli Stati Uniti. E quindi off limits per le loro bombe.

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SDA-ATS