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Il Codice delle obbligazioni non va completato con una norma apposita che regoli il lavoro su chiamata al fine di proteggere maggiormente le persone al beneficio di questi contratti d'impiego.

È quanto pensa la Commissione degli affari giuridici del Nazionale che ha respinto per 14 voti a 8 un'iniziativa parlamentare di Marina Carobbio Guscetti (PS/TI).

Per la consigliera nazionale ticinese, il lavoro su chiamata dovrebbe essere ammesso a condizione che venga convenuto per scritto un tempo di lavoro minimo e una congrua indennità, versata a parte e finalizzata a compensare il servizio di picchetto.

Stando alla deputata ticinese, la situazione attuale non tutela a sufficienza chi gode di simili contratti d'impiego, soprattutto le donne, praticamente alla mercé del datore di lavoro.

Per la maggioranza della commissione, però, la flessibilità del mercato del lavoro costituisce un pilastro essenziale della prosperità economica del nostro paese. Un eventuale regolamentazione di questo settore andrebbe quindi lasciata ai partner sociali.

Una minoranza sostiene invece che il lavoro su chiamata spinga molti lavoratori a rivolgersi all'assistenza sociale tenuto conto della loro situazione precaria in fatto di reddito e assicurazioni.

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SDA-ATS