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Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato oggi all'unanimità la risoluzione sul futuro politico della Libia, che avalla l'Accordo Politico firmato il 17 dicembre in Marocco e dà 30 giorni per la formazione di un governo di unità nazionale con Tripoli capitale.

La comunità internazionale mette così il cappello sul futuro della Libia dopo l'Accordo Politico di Skhirat in Marocco e chiede di finalizzare gli accordi di sicurezza necessari per la stabilizzazione del Paese e il ritorno della capitale a Tripoli.

Gli occhi sono ora puntati sulle parti libiche, anche quelle che non hanno ancora firmato ("La porta è aperta e la mano dell'amicizia tesa", ha detto l'ambasciatore britannico Matthew Rycroft) ma anche su quanto nel prossimo mese riuscirà a fare il generale italiano Paolo Serra, consigliere militare della missione UNSMIL che - ha detto nei giorni scorsi l'inviato dell'Onu per la Libia Martin Kobler - sta trattando con esercito e polizia regolare libici ma anche con le milizie per consentire al nuovo governo e alla missione Onu di rientrare nella capitale.

Nella risoluzione adottata stasera non ci sono riferimenti espliciti al Capitolo Sette, che autorizza l'uso della forza. La bozza ricorda però la risoluzione 2238 del 10 settembre secondo cui la situazione in Libia "costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale" e offre un mandato di fatto ai Paesi che intendano "assistere il governo di unità nazionale", sollecitandone il sostegno, "se richiesto", di fronte a minacce di Isis e gruppi affiliati, Ansar al Sharia e al Qaida.

Oggi, sul giornale francese Le Figaro, sono emersi dettagli su "piani di intervento" francesi in Libia nei prossimi sei mesi all'interno di una coalizione internazionale" contro l'Isis mentre ieri il Segretario alla Difesa americano Ash Carter e la collega italiana Roberta Pinotti hanno discusso di "prossimi passi" in Libia.

L'ambasciatore della Libia all'Onu Ibrahim Dabbashi (ha rappresentato il governo di Tobruk, quello finora internazionalmente riconosciuto) ha tuttavia messo il piede sul freno: "Non vogliamo raid nel breve periodo", ha detto il diplomatico alla Reuters online, tornando a chiedere la revoca dell'embargo delle armi perché "l'Isis siamo capaci di combatterla da soli". Lo stesso Dabbashi nei giorni scorsi aveva detto a un giornale arabo di aspettarsi i raid a breve da parte delle aeronautiche di "Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia".

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SDA-ATS