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Libia: ultimatum insorti a Sirte, entro sabato la resa

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 agosto 2011 - 21:45
(Keystone-ATS)

Quattro giorni di tempo per arrendersi, poi su Sirte si abbatterà la furia dei ribelli. E sarà un bagno di sangue. Questo l'ultimatum che oggi gli insorti libici del Cnt (Consiglio nazionale di transizione) hanno fatto arrivare alla città natale di Muammar Gheddafi, dove la maggior parte dei circa 120.000 abitanti sostengono ancora il rais.

"È un'opportunità che offriamo - ha dichiarato a Bengasi il numero uno del Cnt, Abdel Jalil - ma è un'opportunità che resterà aperta solo fino alla fine (venerdì in Libia) dell'Eid al Fitr. A partire da sabato, se non vedremo la possibilità di una soluzione pacifica, faremo la differenza con le armi". "L'inizio della battaglia finale è imminente - gli ha fatto eco il portavoce militare dei ribelli, Ahmed Omar Bani - Continuiamo a cercare una soluzione pacifica, ma finora non abbiamo ricevuto alcuna proposta di resa e a partire da sabato useremo mezzi diversi contro questi criminali". Agli abitanti di Sirte poi, un appello ultimativo: "Ribellatevi".

Intanto come già fatto per le altre città-roccaforte di Gheddafi, Tripoli compresa, la Nato ha annunciato l'intensificarsi dei bombardamenti proprio sulla città portuale Sirte e su Bani Walid, località a sud-est della capitale dove ieri si riteneva potesse essere nascosto il rais - oggi "segnalato" ancora più a sud, a Sabha, ma di fatto introvabile - con i figli Saif al-Islam e Saadi.

"La nostra missione è importante, efficace e ancora necessaria - ha detto a Bruxelles una portavoce dell'Alleanza Atlantica - Fino a quando persisterà la minaccia contro la popolazione civile, il nostro lavoro non sarà concluso". Le ha fatto eco il colonnello Roland Lavoie, in collegamento da Napoli: "La missione continuerà finchè la popolazione civile non sarà più sotto minaccia ... fino a quando il popolo libico potrà dirsi in salvo".

Le forze anti-Gheddafi che stanno convergendo su Sirte da est e da ovest si sono oggi fermate, da un lato a un centinaio di chilometri (Umr Gandil), dall'altro a una settantina (al Sadaada). Ufficialmente perchè in attesa dell'evolversi delle trattative, in realtà anche perchè l'artiglieria pesante del Colonnello è ancora efficace e pericolosa. Si attende quindi che le bombe della Nato la neutralizzino.

La Libia conquistata dagli insorti è nel frattempo ben lontana dalla normalità. Le organizzazioni umanitarie che hanno potuto verificare la situazione a Tripoli (due milioni di abitanti) raccontano di difficoltà nell'approvvigionamento idrico (tre quarti della città è a secco) e di forniture dell'energia elettrica a intermittenza. Riferiscono poi di farmacie, negozi e banche chiuse, di cure mediche pressochè inesistenti, di atti di violenza e saccheggi. E della paura di attentati o di attacchi di fedelissimi del rais in occasione della fine del Ramadan o dell'anniversario, il primo settembre, della Rivoluzione Verde (1969).

E, ancora, raccontano di centinaia di migranti e sfollati, quasi tutti originari dell'Africa sub-sahariana, che sopravvivono in condizioni terribili su imbarcazioni in una ex base militare sul mare e in edifici abbandonati fuori dalla capitale. Sono praticamente intrappolati perchè sono di colore. E da quando è cominciata la guerra, sei mesi fa, l'equazione 'neri=mercenarì ha portato all'uccisione indiscriminata di molti di loro.

Oggi un comandante militare degli insorti a Tripoli ha azzardato una cifra sul numero dei morti, libici e non, dall'inizio della guerra civile: almeno 50.000, ha detto. Una cifra che per ora non trova conferme indipendenti ma che dà la misura del caos nel quale il Paese si dibatte.

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