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La polizia messicana sul teatro di una sparatoria tra banche di narcotrafficanti.

KEYSTONE/AP/MARIO RIVERA ALVARADO

(sda-ats)

Trenta morti in un week end: lo Stato messicano di Sinaloa, nel nordovest del Paese, è diventato ormai lo scenario di una guerra senza quartiere fra le diverse fazioni criminali contrapposte, che lottano per il potere lasciato vacante da Joaquin "El Chapo" Guzman.

Guzman è stato estradato negli Usa nel gennaio scorso.

Nella notte fra venerdì e sabato, 17 persone sono morte in un violento scontro a fuoco fra narcobande e polizia, dopo un inseguimento spettacolare di varie ore, nella zona di Villa Union, nel porto di Mazatlan.

Il giorno seguente, altre 13 persone sono state uccise in diversi incidenti violenti nella capitale dello Stato, Culiacan, e le località di El Fuerte, Ahome e Navolato.

Secondo gli analisti della Procura Generale del Messico, sono almeno 10 le cellule del cartello di Sinaloa, fondato alla fine degli anni '80 da El Chapo, che ora combattono fra di loro per controllare gli affari della narcobanda che è attiva o ha tessuto alleanze in decine di Paesi del mondo.

Lo scontro principale sarebbe fra i due figli di El Chapo - Alfredo e Ivan Archivaldo - che con l'appoggio del fratello del superboss, Aureliano Guzman, cercano di imporre il loro potere su Damaso Lopez, figlio dell'uomo che rese possibile la prima evasione del Chapo, nel gennaio del 2001.

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SDA-ATS