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Migliaia di case a Gerusalemme est, negoziati addio

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 agosto 2011 - 20:05
(Keystone-ATS)

Migliaia di nuove case a Gerusalemme Est, oltre la vecchia 'linea verde' delle frontiere del 1967 e della legalità internazionale. È questa la ricetta della destra di governo israeliana contro il costo degli alloggi che a Tel Aviv e altrove alimenta da settimane proteste sociali di massa. Una ricetta indigeribile per i palestinesi, condannata da Usa e Ue e che rischia d'essere la pietra tombale calata sulle vaghe speranze di ripresa dei negoziati di pace prima dell'annunciato ricorso autonomo dell'Anp all'Onu, a settembre.

L'annuncio è arrivato oggi con tanto di firma del ministro dell'Interno, Eli Yishai (Shaas, destra religiosa). In sostanza si tratta del via libera esecutivo alla costruzione di 1.600 abitazioni nel rione d'insediamento ebraico di Ramat Shlomo, nel settore orientale della Città Santa, accompagnato dal preavviso di procedure analoghe imminenti per almeno altri 2.600 alloggi nella medesima zona: 2.000 a Ghivat Hamatos e 600 a Pisgat Zeev. E questo senza contare i 930 appena messi in cantiere nel vicino sobborgo di Har Homa, verso Betlemme.

Il portavoce del ministero dell'Interno ha ammesso che si tratta di decisioni "delicate". E ha ricordato le reazioni "assai controverse" che in particolare il progetto di Ramat Shlomo suscitò quando fu anticipato per la prima volta a marzo del 2010, nel pieno d'una visita nella regione del vicepresidente Usa, Joe Biden, dedicata al tentativo di rilancio del processo di pace. Hillary Clinton, insolitamente dura con Israele, parlò allora di "insulto" da parte del governo di Benyamin Netanyahu e ottenne un rinvio. Ma ora lo Stato ebraico si ritiene in grado di tenere il punto. E non tanto perché Netanyahu stavolta ha almeno preavvertito Barack Obama (i due si sono sentiti al telefono ieri), quanto perché pensa di poter giustificare la cosa con "ragioni non politiche, ma solo economiche", stando alle parole con cui il portavoce ha invocato l'alibi della "crisi economica" .

Una spiegazione respinta come un pretesto grossolano da Yariv Oppenheimer, di Peace Now, secondo cui i progetti del governo vanno incontro esclusivamente a coloni e zeloti dell'ebraismo ortodosso: in larga parte estranei, se non ostili, alle proteste di piazza. Mentre "strumentalizzano cinicamente la crisi sociale per promuovere l'ideologia nazionalista e rendere impossibile qualsiasi accordo coi palestinesi su Gerusalemme". La nuova infornata di costruzioni appare imbarazzante soprattutto per gli Usa, schierati al fianco d'Israele contro la richiesta autonoma di riconoscimento d'uno Stato palestinese all'Onu con Gerusalmme Est capitale, ma contrari - come ricordato appena ieri - alle attività edilizie israeliane oltre i confini del '67: viste come "azioni unilaterali dannose per la ripresa di negoziati diretti e in contraddizione con la logica d'un ragionevole e necessario accordo fra le parti".

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