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È durato un paio d'ore l'allarme per non specificate "ragioni di sicurezza" che ha costretto in serata l'esercito israeliano a chiudere agli arrivi l'aeroporto di Eilat, città vicina al turbolento Sinai egiziano. Probabilmente non abbastanza per oscurare la ripresa delle trattative di pace - avviate dalla mediazione Usa - sul cui esito oggi il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen ha espresso ottimismo. Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato oggi che i negoziati riprenderanno il 14 agosto a Gerusalemme.

Lo scalo di Eilat è stato chiuso in base ad "una valutazione della situazione" che sembra collegarsi - secondo le prime informazioni - a quella più generale sia nel Sinai sia ai richiami Usa dopo le minacce di Al Qaida. Le forze armate israeliane hanno ricordato che nel paese "gli aeroporti civili sono gestiti in coordinamento con l'aeronautica militare sulla base di valutazioni di sicurezza".

Ad un certo momento di era addirittura temuto che la notizia potesse relegare in secondo piano i negoziati, pur in presenza di un intervento di Abu Mazen secondo il quale "molto prestò le trattative entreranno nel vivo, così sarebbe prossima la liberazione di quei "prigionieri palestinesi", in carcere in Israele da prima degli accordi di Oslo, una parte determinate del confronto.

La data del tavolo negoziale sarà quindi quella del 14 agosto preceduta il 13 dal rilascio di una prima quota di 25 "prigionieri" (su 104 totali scaglionati in quattro fasi) e sui quali dovrà decidere - secondo i media - domenica prossima una commissione formata dal premier Benyamin Netanyahu e da altri ministri. Lo stesso giorno è atteso in Israele l'inviato speciale Usa per i negoziati Martin Indyk per una serie di incontri con la leadership israeliana.

Ma il percorso, frutto della difficile e paziente mediazione del segretario di stato Usa John Kerry, potrebbe non essere così piano: oggi l'Amministrazione civile israeliana ha dato l'approvazione preliminare ai piani per la costruzione di 878 case in isolati insediamenti ebraici di coloni in Cisgiordania. Ma per il via libero definitivo si deve attendere l'assenso del governo di Benyamin Netanyahu.

Se arrivasse, potrebbe essere uno scoglio importante sulla strada dei negoziati: da parte palestinese - che oggi ha protestato contro l'annuncio - è sempre stato ribadito la necessita di uno stop assoluto ad ogni nuova costruzione nei Territori Occupati come condizione base per il riavvio dei colloqui.

Altro sasso sulla strada delle trattative è il fatto che oggi il governo israeliano - in una riunione presieduta da Netanyahu - ha esaminato le recenti direttive Ue sulle colonie ebraiche in Cisgiordania. Ed ha annunciato di voler chiarire alla Ue la sua intenzione di non firmare alcun futuro accordo che restringa assistenza, donazioni e fondi a "entità israeliane" con "diretta o indiretta connessione" con Cisgiordania, Gerusalemme Est, Alture del Golan.

Israele - che chiederà la ridiscussione delle direttive - non siglerà inoltre intese con l'Ue con clausole territoriali riguardanti l'obbligo di riconoscere che la sua sovranità non si estenda oltre i confini del '67. Secondo i ministri, presenti alla riunione - hanno riportato i media citando un'alta fonte ufficiale - quelle direttive rischiano di "nuocere in maniera significativa" al processo di pace con i palestinesi.

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SDA-ATS