Contenuto esterno

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

GERUSALEMME - Un faccia a faccia fra l'emissario della Casa Bianca, George Mitchell, e il premier di Israele, Benyamin Netanyahu, segna oggi a Gerusalemme l'avvio sul fronte israeliano dei negoziati indiretti (proximity talks) promossi dagli Usa per cercare di rianimare il processo di pace israelo-palestinese dopo mesi di stallo. Un debutto che avviene in un clima di pessimismo diffuso e rispetto al quale manca peraltro il sì ufficiale dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), atteso da Washington non prima di sabato.
"Il primo ministro (Netanyahu) è intenzionato a cominciare subito i colloqui", ha detto a margine dell'incontro una fonte governativa altolocata citata in forma anonima dal sito Ynet. Secondo la fonte, la parte israeliana ha già indicato un team ristretto di negoziatori: che in questa fase risponderà esclusivamente a Netanyahu, sarà guidato da un veterano del processo di pace come l'avvocato Yitzhak Molcho e comprenderà solo il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Uzi Arad, e Ron Dermer, un altro consigliere del premier.
Resta tuttavia l'attesa per il via libera formale dalla trincea palestinese ai "proximity talks", la cui durata massima è fissata a quattro mesi. E, al riguardo, la fonte citata da Ynet esprime il timore israeliano che l'Anp possa "ricorrere di nuovo alla tattica del rinvio".
A Gerusalemme è intanto tutto un fiorire di dichiarazioni pessimistiche: da quelle del ministro Uzi Landau, un "falco", che imputa al presidente dell'Anp, Abu Mazen (Mahmud Abbas), un'intenzione deliberata di sabotaggio; a quelle di uno dei vicepremier, Dan Meridor, fra le voci più moderate dell'attuale compagine, secondo cui i colloqui indiretti sono votati a un "fallimento certo", salvo che non riescano ad aprire la strada a "negoziati diretti".
Sull'atteggiamento palestinese pesa in effetti anche il sospetto alimentato appena ieri dall'incendio di una moschea in Cisgiordania (imputato inizialmente ai coloni e poi ricondotto a un probabile corto circuito). Mentre Abu Mazen insiste nel rivendicare il diritto a chiamarsi fuori in presenza di "qualsiasi nuova provocazione" dal fronte degli insediamenti israeliani in Cisgiordania o a Gerusalemme est.
L'amministrazione Obama, da parte sua, confida comunque in una risposta positiva - dopo il rinnovato placet dei giorni scorsi della Lega Araba - entro fine settimana. Gli appuntamenti decisivi dovrebbero essere gli incontri che Mitchell avrà a Ramallah con Abu Mazen (venerdì) e con il premier Salam Fayyad (sabato). A cui seguirà una riunione del comitato esecutivo dell'Olp destinata a concedere secondo le aspettative almeno una possibilità all'iniziativa americana.

SDA-ATS