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Mucca pazza: prima caso in Svizzera da 2012

Una vacca di 13 anni di una fattoria di Einsiedeln (SZ) soppressa il 23 gennaio si è rivelata portatrice di una forma atipica di encefalopatia spongiforme bovina (immagine simbolica). KEYSTONE/SIGI TISCHLER sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 06 febbraio 2020 - 14:46
(Keystone-ATS)

In gennaio in Svizzera è stato segnalato un primo caso dal 2012 del cosiddetto morbo della mucca pazza: si tratta però di una forma atipica di encefalopatia spongiforme bovina (BSE) contratta dall'animale in seguito a una mutazione genetica e non al foraggio.

Non vi sono rischi di infezione di altri animali e dell'uomo. La patologia è stata diagnosticata dopo l'abbattimento di una vacca di 13 anni di una fattoria di Einsiedeln (SZ) il 23 gennaio, indica un comunicato dell'Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) diramato ieri sera.

Il bovino è stato abbattuto in fattoria e non al macello, secondo le modalità previste per le macellazioni sanitarie, "perché era già molto vecchio e instabile sulle gambe e non perché malato", ha sottolineato il veterinario dei Cantoni primitivi Andreas Ewy, contattato da Keystone-ATS. Il trasferimento al mattatoio sarebbe stato massacrante per l'animale.

Tutte le mucche di età superiore ai quattro anni, dopo una macellazione sanitaria vengono analizzate sistematicamente per determinare se ammalate di BSE, ha aggiunto il veterinario. Dai campioni del cervello è stato possibile diagnosticare la forma atipica di BSE, che non è riconducibile a un'infezione da mangimi, come avviene per la BSE classica.

Nel caso della mucca di Einsiedeln, la patologia è apparsa per mutazione genetica. Non sono quindi necessari provvedimenti. Uomini e animali non possono contrarre la malattia, ha sottolineato Ewy, il cui laboratorio intercantonale ha sede a Brunnen (SZ). Dato che la malattia appare in seguito a mutazione del Dna, è normale che nuovi casi di BSE appaiano di tanto in tanto.

Il primo caso di BSE, che ha sempre esito letale, nella Confederazione risale al 1990. All'epoca l'epizoozia si era diffusa a causa dell'alimentazione dei bovini con farine animali in cui i prioni, alla base della patologia, non erano inattivati.

L'agente infettivo è una proteina modificata detta appunto prione che colpisce i centri nervosi dell'animale. Questa proteina subisce una modificazione permanente della sua conformazione che provoca un danno irreversibile nella proteina presente normalmente nelle cellule sane del cervello.

Ciò produce un'aggregazione tra le proteine che risulta nella formazione di dense placche fibrose. Al microscopio, queste ultime appaiono come "buchi", dando alla sezione osservata il caratteristico aspetto "a spugna" (da qui la designazione spongiforme) della materia cerebrale. Il fenomeno produce a livello clinico un deterioramento delle condizioni fisiche e mentali dell'animale.

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