Navigation

Nuovo record di contagi, e il mondo isola la Cina

L'epidemia in Cina KEYSTONE/EPA/hy MS sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 01 febbraio 2020 - 20:37
(Keystone-ATS)

Mentre il contagio da coronavirus tocca un nuovo record, con il numero dei morti arrivato a 259 persone e i contagi accertati saliti quasi a quota 12.000, è la Cina intera che si ritrova messa in quarantena dal resto della comunità internazionale.

Nuovi Stati giorno dopo giorno si aggiungono alla lista di chi chiude le frontiere o interrompe i collegamenti diretti per paura che l'epidemia si diffonda all'estero.

Venerdì, secondo i dati ufficiali resi noti dalla Commissione sanitaria nazionale cinese, è stato il giorno che ha registrato il bollettino più grave dall'inizio dell'emergenza sanitaria: 46 i morti e 2.102 i nuovi casi confermati.

Il rischio, ha ammonito il sindaco di Huanggang, città della regione dell'Hubei poco distante dall'epicentro dell'epidemia Wuhan, è che tra domenica e lunedì ci possa essere un significativo aumento dei contagi.

Il numero delle nuove infezioni, seppure con dimensioni e ritmi inferiori, cresce anche fuori dalla Cina. Tra i Paesi più colpiti c'è il vicino Giappone, dove i casi conclamati sono ormai saliti a venti. Negli Stati Uniti i malati sono diventati otto.

Dopo gli Usa, anche l'Australia ha deciso di bloccare per i prossimi 15 giorni l'ingresso nel Paese agli stranieri non residenti in arrivo dalla Cina. Il Vietnam ha sospeso tutti i voli in ingresso e in uscita verso il vicino asiatico.

Nei giorni scorsi, altri Paesi tra cui Russia, Giappone, Pakistan e Italia avevano annunciato analoghe restrizioni ai viaggi o addirittura la chiusura delle frontiere. All'interno della Cina, i viaggi in treno sono calati del 78,5% rispetto a un anno fa.

I blocchi nei trasporti, come effetto collaterale, rischiano di creare ostacoli anche all'azione cinese per contenere la diffusione del virus. Mancano attrezzature e materiale sanitario, in particolare mascherine, tute e guanti.

Un'emergenza che ha spinto il premier di Pechino Li Keqiang a telefonare alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiederle di aiutare e favorire gli approvvigionamenti di forniture mediche più urgenti dai Paesi dell'Unione.

Come prima risposta, gli Stati europei hanno mobilitato dodici tonnellate di equipaggiamento, già in viaggio verso il Paese asiatico. Diversi produttori di maschere per uso medico hanno anche ripreso la produzione in Cina, nonostante numerose province abbiano ritardato il ritorno alle attività per limitare i rischi di contagio.

Intanto proseguono i rimpatri di emergenza, in un senso e nell'altro. La Gran Bretagna ha deciso di richiamare una parte del personale diplomatico della sua ambasciata e dei suoi consolati. Aerei militari di Mosca hanno iniziato ad evacuare i cittadini russi mentre gli australiani ancora bloccati a Wuhan saranno rimpatriati lunedì. Parallelamente, anche Pechino ha avviato il suo piano di rimpatri per i propri cittadini residenti nella provincia epicentro del coronavirus e che si trovano bloccati all'estero.

Ad aggiungere preoccupazione, come se non bastasse, è ritornato anche lo spettro dell'influenza aviaria. Le autorità cinesi hanno annunciato di avere registrato diverse migliaia di casi di virus H5N1 nella provincia dell'Hunan, confinante con quella dell'Hubei. Circa 4.500 i polli infettati, 20.000 quelli abbattuti dopo la conferma del contagio.

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: community-feedback@swissinfo.ch

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione!

Con un account SWI avete la possibilità di contribuire con commenti sul nostro sito web e sull'app SWI plus, disponibile prossimamente.

Effettuate il login o registratevi qui.