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Giornate sempre più torride che espongono al rischio di disidratazione, di colpi di calore e in casi estremi portano alla morte di chi si guadagna da vivere nei campi e nelle fabbriche dei Paesi emergenti.

È una delle conseguenze del cambiamento climatico, che impatta sui lavoratori e, di riflesso, sui salari e sull'occupazione.

A lanciare l'allarme è un rapporto dell'Onu, secondo cui le temperature più calde costeranno oltre 2 mila miliardi di dollari all'anno entro il 2030 in termini di perdita di ore di lavoro e salute dei lavoratori.

In base al report, presentato a Ginevra dall'Organizzazione internazionale del lavoro, l'Organizzazione mondiale della sanità e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite in occasione della "Giornata internazionale della sicurezza e della salute sul lavoro", nelle economie emergenti i picchi di calore porteranno a una perdita del 10% delle ore lavorative diurne, con un calo simile del Prodotto Interno Lordo in Paesi come India, Indonesia e Nigeria.

Il problema interessa già oltre un miliardo di persone che lavorano all'aperto o in luoghi non climatizzati nelle aree del Pianeta più sensibili, come quelle tropicali e subtropicali, ed è destinato ad aumentare col crescere delle temperature globali. Per questo gli esperti sottolineano che il contrasto al cambiamento climatico è vitale.

Tuttavia, anche nel caso in cui l'impennata del termometro sia contenuta entro +1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali - il più ambizioso degli obiettivi fissati alla Conferenza di Parigi sul clima, Cop21 - alcune regioni del mondo nel giro di 15 anni si troveranno ad affrontare un mese intero di caldo estremo. In condizioni simili lavorare diventa proibitivo: il fisico non regge, aumenta la necessità di fare pause, la concentrazione manca, facendo crescere il rischio di incidenti mentre la produttività, inevitabilmente, diminuisce.

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SDA-ATS