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È il paradosso della crisi: innescata dieci anni fa dalle banche americane che ingozzavano famiglie già piene di debiti con persino più prestiti di quanto queste ne chiedessero, si trascina in Europa con la Bceche arriva a pagare le banche perché prestino di più.

La semplificazione è rozza. Ma rende la posizione di quanti ritengono che Mario Draghi, ieri, non abbia assestato un colpo da maestro, ma nel migliore dei casi un meccanismo per guadagnare ancora tempo ed evitare il peggio. E, nel peggiore dei casi, un nuovo capitolo scritto dalle banche centrali nella storia di un ipotetico, futuro disastro finanziario mondiale. Vale dunque la pena esaminare anche questo punto di vista.

Al centro del Qe3 di Draghi c'è un'espansione del bilancio della Bce (comprando titoli) che si appresta a superare quello della Fed, con l'obiettivo di allontanare una "deflazione disastrosa". Tassi sui depositi negativi a -0,40% in una corsa globale con la Bank of Japan. E l'incentivo economico senza precedenti alle banche che in borsa hanno visto un mezzo tracollo da gennaio.

Vista da alcuni Paesi europei, la prima critica che viene mossa è che si incentiva ad indebitarsi un sistema di imprese che (come in Italia) di debito ne ha già tanto o non ne vuole per mancanza di prospettive di sviluppo. Di dare acqua a un cavallo che non beve. Rischiando di dirottare verso un maggiore profilo di rischio banche che dovrebbero invece risanarsi. Il crollo degli spread, che Draghi rivendica, per alcuni a Berlino toglie l'incentivo a ridurre il debito pubblico dei Paesi.

È chiara la controdeduzione: non c'è altra via per contrastare la deflazione. Con gli spread di due anni fa il debito di alcuni paesi sarebbe esploso. E per non cadere nella trappola del Giappone, che da vent'anni lotta contro i prezzi in caduta, la Bce deve sostenere le banche e da ieri le 'ricompensa' per l'impatto dei tassi negativi.

Il rischio - si ragiona fra gli scettici - è la Svezia. Con un Pil cresciuto di oltre il 4% grazie al suo Qe, Stoccolma ha innescato una bolla creditizia e immobiliare che fa temere le autorità per la tenuta del sistema. Senza riuscire a creare inflazione.

I detrattori della Bce, poi, hanno al loro arco la freccia degli effetti collaterali, a partire dalla spinta artificiale alle borse. La diseguaglianza risulta così aumentata con il Qe, a favore dei ricchi e delle finanza. Draghi ha le sue ragioni quando dice che la deflazione colpisce chiunque.

Ma come ha ricordato la Banca dei regolamenti internazionali, evocando "segnali di una tempesta ormai vicina" e ricordando che la crisi è partita proprio dal debito che continua a salire, c'è dell'altro. E ha a che vedere con l'economia globale. Una banca d'investimento rispettabile come Bnp Paribas, scrive che Bce, Banca del Giappone, ma anche Fed e Peoplès Bank of China, "sono responsabili del grande caos monetario globale": la corsa delle prime due ai tassi negativi, e la guerra delle valute, facendo apprezzare il dollaro hanno corroso le riserve valutarie dei Paesi emergenti (costretti a ricomprare la propria valuta per equilibrare il cambio), imponendo loro una stretta monetaria drammatica.

L'effetto assurdo è che il Qe europeo si è tradotto in una stretta monetaria globale, favorendo il crollo delle materie prime e peggiorando la recessione degli emergenti, con una vittima esemplare come il Brasile. La realtà, probabilmente, è che Draghi sta cercando di proteggere la già debole Europa da una congiuntura globale tornata sfavorevole. E deve assolutamente scongiurare la deflazione.

Il rischio segnalato da mercati assuefatti, che chiedono sempre di più, è sicuramente che il solo sentir parlare di una fine dello stimolo monetario, sia pure fra due o cinque anni, fa paura. E può innescare reazioni incontrollate. E questo sì è un campanello d'allarme.

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SDA-ATS