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Il partenariato sulla migrazione fra Svizzera a Kosovo, concluso nel 2010, non funziona come dovrebbe. È quanto afferma la Società per i popoli minacciati (SPM), sottolineando che i membri della minoranza etnica rom sottoposti da Berna a rimpatrio forzato usufruiscono solo raramente degli aiuti all'integrazione e dell'assistenza che dovrebbe offrire lo Stato, diventato indipendente nel 2008.

In uno studio pubblicato oggi, la SPM scrive che nel giovane Stato ancora non esiste una tutela ufficiale delle minoranze. E di conseguenza non c'è nemmeno una unitarietà di regole e pratiche per la reintegrazione delle persone espulse dalla Svizzera. Per la SPM il Kosovo, data la cattiva situazione economica e la debolezza delle strutture statali, non è in grado di garantire sicurezza e una situazione dignitosa alle minoranze (rom, ashkali ed egiziani) che vi fanno ritorno. Essa chiede quindi all'Ufficio federale della migrazione (UFM) di rinunciare al rimpatrio di queste persone.

In base al memorandum di intesa firmato due anni fa, il Kosovo deve impegnarsi per l'integrazione dei suoi cittadini, mentre la Svizzera deve aiutare lo stato balcanico nel suo sviluppo socioeconomico e fornire aiuto per il ritorno a casa degli espulsi. Secondo ricerche del "Tages-Anzeiger" e del "Bund", per il periodo 2007-2015 Berna versa 7,8 milioni di franchi, in particolare per le questioni migratorie.

In una presa di posizione scritta, inviata all'ats, l'UFM afferma di esaminare, per ogni singolo caso, oltre ai motivi dell'asilo anche se il rinvio sia accettabile. Dai richiedenti cui è stata definitivamente respinta la domanda si può esigere che lascino la Svizzera. "Se non lo fanno di propria volontà devono aspettarsi un rimpatrio forzato. Ciò vale anche per i rom del Kosovo". La mancanza di prospettive economiche non rappresenta un motivo valido per non eseguire un rinvio.

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SDA-ATS