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Paura al porto di Beirut, maxi incendio dopo esplosione

Il porto di Beirut era stato devastato lo scorso 4 agosto da un'esplosione che ha ucciso almeno 192 persone. KEYSTONE/AP/Hussein Malla sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 10 settembre 2020 - 20:11
(Keystone-ATS)

L'incubo di una nuova devastante esplosione, come quella del 4 agosto al porto in cui sono morte 200 persone, si è riaffacciato oggi a Beirut quando un vasto incendio si è propagato proprio all'interno di uno dei capannoni di quel che resta dello scalo marittimo.

Un rogo che secondo alcuni commentatori "non è accidentale ma doloso" e che ha avuto l'obiettivo "di cancellare le prove del crimine", proprio mentre gli inquirenti sono al lavoro per far luce sulla deflagrazione di un mese fa. Il governo però smentisce e parla di "incidente" causato da "lavori di saldatura" in un deposito dove, dopo il 4 agosto, erano stati stoccati barili d'olio e pneumatici, mentre il presidente Michel Aoun ipotizza "un sabotaggio, un errore tecnico o una negligenza" e assicura che, "in ogni caso, i responsabili dovranno renderne conto".

L'allarme è scattato nella tarda mattinata quando una densa e fitta colonna di fumo si è levata nei cieli della capitale libanese. Il porto e la zona circostante sono subito stati evacuati, tra scene di panico tra la popolazione e gli operai dello scalo. Per ore i pompieri e gli elicotteri della protezione civile hanno lottato con le fiamme, domate solo in serata. La Croce Rossa libanese ha fatto sapere di aver curato un ferito lieve e che non si registrano altre vittime, mentre secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa le fiamme sono divampate in uno dei suoi depositi dove sono stoccati gli aiuti alimentari arrivati a Beirut proprio dopo il 4 agosto. "La nostra operazione umanitaria rischia ora di essere gravemente compromessa", è l'allarme lanciato dal responsabile per il Medio Oriente Fabrizio Carboni.

In serata si è svolta nel palazzo presidenziale di Baabda una riunione urgente del Consiglio di difesa presieduto dal capo di Stato Michel Aoun. Gli apparati giudiziari hanno già aperto un'inchiesta, e da più parti si sono levate voci di condanna per un "incidente che non sarebbe dovuto accadere", soprattutto dopo la tremenda esplosione del 4 agosto.

Altri analisti seguono la pista dell'incendio doloso, con l'obiettivo di "cancellare le prove del crimine" commesso un mese fa. E proprio per l'esplosione di agosto ipotizzano delle responsabilità assai più gravi di quelle finora emerse dall'inchiesta libanese, condotta anche con l'ausilio di esperti statunitensi e francesi.

La magistratura per il momento ha fermato 25 persone. Tra questi figurano personalità di medio rango dei servizi di sicurezza, oltre ad alcuni operai siriani accusati di aver condotto dei lavori di saldatura "inappropriati". Circa 3 mila tonnellate di nitrato di ammonio erano deflagrate - secondo alcuni sempre a causa di "lavori di saldatura" - devastando interi quartieri di Beirut, uccidendo 192 persone, ferendone altre 6500, lasciando senza casa 300 mila abitanti della capitale e delle zone circostanti.

Solo pochi giorni fa erano state rinvenute, sempre nel porto, altre quattro tonnellate di nitrato di ammonio. Da più parti, in Libano e all'estero, in queste settimane sono stati sollevati dubbi che questa materia altamente esplosiva fosse al porto dal 2013 per consentire al movimento sciita filo-iraniano Hezbollah di costruire ordigni e missili di corto e medio raggio. Le autorità libanesi e lo stesso Partito di Dio, che fa parte del governo uscente e che ha deputati in parlamento, hanno respinto con forza ogni inchiesta internazionale.

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