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Previdenza vecchiaia, molti non credono più nei tre pilastri

Molti temono per la solidità delle loro pensioni. KEYSTONE/TI-PRESS/Alessandro Crinari sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 10 settembre 2020 - 11:00
(Keystone-ATS)

Scarsa fiducia nei tre pilastri: nella popolazione svizzera è diffusa una certa disillusione riguardo alla situazione finanziaria della previdenza per la vecchiaia e sono sempre meno le persone che pianificano un pensionamento anticipato.

Lo rivela l'ultimo barometro della previdenza pubblicato oggi da Raiffeisen, che mette anche in luce come le abitudini di risparmio cambino poco, nonostante la pandemia di coronavirus.

Solo il 14,6% degli svizzeri (adulti, ma non ancora anziani) interrogati nell'ambito di un sondaggio ha fiducia nella futura sostenibilità e nella solidità finanziaria del secondo pilastro (previdenza professionale); nelle regioni italofone il dato è ancora più basso, pari al 12%.

Di poco migliore è la considerazione di cui gode, a livello nazionale, l'AVS: 16,1%. Meglio viene invece recepita la previdenza personale (3a e 3b), che ottiene il 43,1%. Va comunque rilevato che tutte e tre le colonne su cui si basa il sistema elvetico presentano valori in calo: nel 2019 erano rispettivamente del 16,8% (AVS), 16,1% (secondo pilastro) e 45,9% (terzo).

La terza edizione del barometro - realizzato in collaborazione con la Scuola universitaria di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) - mostra anche come rispetto agli anni passati un numero significativamente inferiore di persone ritenga che la previdenza per la vecchiaia sia di competenza dello stato: questo opinione è condivisa dal 13% degli interrogati (erano ancora il 19% nel 2019), con una punta del 29% però nella Svizzera italiana. A livello nazionale il 77% pensa di essere il principale responsabile della sua disponibilità finanziaria quando andrà in pensione, mentre il 7% ritiene che il soggetto principale debba essere il datore di lavoro.

La ricerca punta i riflettori anche sui rischi. Quelli maggiori sono identificati nell'evoluzione demografica, che porta la percentuale di pensionati a livelli così elevati da non consentire più alla popolazione attiva di arrivare a coprire i costi (29%); nella redditività degli averi di previdenza (26%); nella ridistribuzione troppo forte ("si spende eccessivamente per la generazione attuale di beneficiari di rendite, quando andrò in pensione io dovrò accontentarmi di una prestazione inferiore": 20%); nel fatto che si debba lavorare più a lungo di quanto inizialmente previsto (12%); e, infine, nella perdita del posto di lavoro, con conseguenti ripercussioni finanziarie a livello previdenziale (7%).

Riguardo alla nuova situazione creatasi con il coronavirus, il 71% non intende cambiare la sua propensione al risparmio. Il 13% delle persone fra i 18 e i 30 anni vuole risparmiare di più, mentre fra i 51-65enni è stata al contrario espressa con molta più frequenza l'intenzione di mettere da parte meno soldi. La pandemia da Covid-19 ha un impatto molto minore su quanti hanno finora risparmiato che su quanti invece non l'hanno fatto, commentano gli estensori del barometro.

Riguardo all'età di pensionamento, la quota maggiore (34%) è a favore di una soluzione a 65 anni per entrambi i sessi. Il 30% vorrebbe un sistema variabile, che dovrebbe prevedere un meccanismo con adeguamento automatico. Il 21% sostiene lo status quo (65 anni per gli uomini, 64 per le donne): questo approccio è peraltro il maggiormente selezionato nella Svizzera di lingua italiana.

Sebbene gran parte del campione - 1028 persone (18-65enni) interrogate fra il 17 e il 26 giugno dall'istituto Link - non escluda di continuare a lavorare anche dopo l'età di pensionamento ordinaria, la disponibilità a proseguire l'attività lavorativa in modo sporadico o discontinuo è nettamente diminuita rispetto all'anno scorso. Se si deve lavorare più a lungo, allora soltanto a tempo parziale, è il parere degli interpellati. Solo in pochi vogliono continuare a rimanere impiegati a tempo pieno una volta raggiunta l'età pensionabile.

Rispetto al 2019 un numero nettamente inferiore di persone sta pianificando il pensionamento anticipato. Mentre tra gli uomini questo tema concerne ancora più di un lavoratore su tre, fra le donne meno di una su cinque ci sta pensando.

Al capitolo prelievo del denaro una volta raggiunta la pensione, il 45% punta alla rendita, il 14% al capitale e il 35% a un mix fra le due cose. Gli uomini sono molto più propensi delle donne a optare per le ultime due soluzioni. Non si rilevano per contro differenze significative tra le regioni linguistiche in questo campo.

Il tema della sostenibilità ha acquisito molta più importanza: l'impatto sulla società e sull'ambiente è riconosciuto da ampie fasce della popolazione. Una persona su dieci auspica comunque il massimo rendimento possibile dell'investimento, senza tener conto di criteri sostenibili. Per un terzo della popolazione, invece, la sostenibilità è più importante della mera ricerca del rendimento. Sono soprattutto donne e anziani a chiedere che il loro denaro sia investito con criteri di rispetto ambientali e sociali.

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