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La Svizzera collabora con l'Italia nelle indagini sul capo mafioso trapanese Matteo Messina Denaro. Considerato il boss più influente di Cosa Nostra il 53enne, latitante dal 1993, avrebbe nascosto milioni di euro su conti elvetici tramite prestanome.

Confermando oggi dall'ats l'informazione riportata dalla "SonntagsZeitung", la portavoce del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) Walburga Bur ha indicato che la Procura federale conduce "un proprio procedimento penale".

L'MPC lavora nell'ambito dell'assistenza giudiziaria con gli inquirenti antimafia di Palermo in un gruppo comune. La Procura federale ha esaminato documenti bancari, ha proceduto a due perquisizioni domiciliari e ha interrogato persone. La portavoce non ha fornito maggiori precisazioni al riguardo.

Matteo Messina Denaro, soprannominato "u siccu" ("il magro") ma anche "Diabolik" come il suo fumetto preferito, è succeduto al padre Francesco quale "capomandamento" di Castelvetrano (Trapani). Oltre a controllare tutta la provincia di Trapani estende il suo potere anche a Palermo, tanto da essere considerato il successore di Totò Riina e Bernardo Provenzano a capo di Cosa Nostra. Le ultime sue foto conosciute risalgono ai primi anni Novanta. A Messina Denaro vengono addebitati oltre 50 omicidi. L'ultima condanna definitiva a suo carico è dell'ottobre 2013, a 27 anni e un mese di reclusione per associazione mafiosa.

Negli ultimi mesi gli inquirenti italiani hanno aumentato gli sforzi per mettere le mani su di lui e smantellare la sua rete e i flussi finanziari di cui si avvale, che gli inquirenti ritengono passino anche per la Svizzera. In diversi blitz sono stati sequestrati denaro e beni per milioni di euro. Sono stati inoltre arrestati diversi familiari e presunti complici.

Ai primi di agosto si è appreso che come già accadde per un altro padrino di peso, Bernardo Provenzano, i contatti del boss mafioso viaggiano attraverso la rete dei "pizzini", bigliettini ripiegati tanto da diventare minuscoli, avvolti nello scotch perché nessuno ne legga il contenuto. I favoreggiatori li prendono, li nascondono sotto i sassi e li consegnavano ad altri postini in un giro tortuoso di cui non si conoscono ancora molti passaggi. Meno fortunato, però, è stato l'esito della caccia ai pizzini: in tre anni di indagine neppure un bigliettino scritto a mano dal solito fedelissimo del boss, mai identificato, è finito nelle mani degli investigatori.

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SDA-ATS