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I cantoni vogliono di più.

KEYSTONE/CHRISTIAN BEUTLER

(sda-ats)

I Cantoni non sono soddisfatti dei recenti lavori parlamentari in merito alla terza riforma dell'imposizione delle imprese (RIE III).

Tra i loro "requisiti minimi" figura un aumento più marcato della quota parte di Imposta federale diretta (IFD) versata loro dalla Confederazione.

Questa riforma è la risposta del Consiglio federale alle pressioni dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e dell'Unione europea (UE), che non vogliono più tollerare sul territorio elvetico gli statuti speciali per le società holding e quelle di gestione, poiché considerate concorrenza sleale.

Per compensare parte delle perdite fiscali che i cantoni subiranno è previsto un aumento della parte dell'IFD versata a quest'ultimi. Prevista pure l'introduzione di nuovi strumenti fiscali.

Le ultime decisioni del Consiglio nazionale hanno però moltiplicato gli sgravi fiscali, aggravando le perdite per Cantoni e Confederazione. Per la Conferenza dei direttori cantonali delle finanze (CDF), che si è riunita oggi, la riforma deve però "tener conto del rendimento fiscale delle imprese e preservare l'equilibrio finanziario tra Cantoni e Confederazione".

La Conferenza dei direttori cantonali delle finanze pone pertanto delle esigenze minime. La prima è l'aumento della quota parte dell'IFD che va innalzata dall'attuale 17% al 21,2% e non al 20,5% come auspicato da Consiglio nazionale e governo.

Per quanto riguarda la tassazione parziale dei dividendi su partecipazioni pari al 10% del capitale, i cantoni vogliono un'imposizione di almeno il 60%. La CDF chiede pure che le attività di ricerca e sviluppo svolte all'estero non siano deducibili.

Infine, la riduzione fiscale generale non deve superare l'80% e integrare l'imposta sull'utile con deduzione degli interessi. Questo adattamento si giustifica con gli sgravi fiscali sugli utili delle imprese che i cantoni hanno già concesso o intendono farlo per soddisfare le richieste della RIE III.

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SDA-ATS