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"Non sono pirati ma hanno infranto il diritto internazionale", aveva puntualizzato Putin nei giorni scorsi. Oggi però il comitato investigativo di Murmanks ha contestato formalmente proprio l'accusa di pirateria a metà dei 30 attivisti di Greenpeace protagonisti con il rompighiaccio 'Artic Sunrise' del blitz contro una piattaforma petrolifera artica di Gazprom, il 19 settembre scorso.

Una contestazione che verrà estesa entro domani con ogni probabilità anche agli altri militanti coinvolti. Il reato è punito pesantemente, con pene da 10 a 15 anni. Immediata la reazione dell'associazione ambientalista: un'accusa "infondata", "abominevole".

È "la minaccia più grave" contro la sua attività pacifica dall'episodio del Rainbow Warrior, la nave di Greenpeace bombardata e affondata nel 1985 dai servizi segreti francesi nel porto di Auckland, in Nuova Zelanda, durante la campagna contro i test nucleari di Parigi in Polinesia.

"Una decisione irrazionale, volta a intimidirci e a ridurci al silenzio", denuncia l'associazione ecologista. "Un attentato al principio stesso della protesta pacifica", ha spiegato Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace international.

Alcuni analisti e fonti diplomatiche spiegano così il "dietro le quinte": per Mosca le trivellazioni petrolifere nell'Artico, come quelle che sta per iniziare la piattaforma presa di mira dagli ecologisti, sono una priorità strategica da difendere in tutti i modi, anche lanciando un monito esemplare a quanti intendessero organizzare altre proteste.

Solo con l'accusa di pirateria, ventilata sin dall'inizio, si poteva giustificare una carcerazione preventiva di due mesi, una esperienza finora mai riservata in Occidente ad un militante ambientalista. Ma non è escluso che, dopo le formalità della contestazione più grave, si definiscano meglio le singole posizioni e il reato sia derubricato in violazioni minori.

È quanto sperano i diplomatici dei 17 Paesi coinvolti, che stanno coordinando le loro azioni, come ha reso noto il ministero degli esteri francese. Del resto appare difficile che la giustizia dia torto alla tesi espressa da Putin davanti alla platea internazionale del club di Valdai, anche se oggi il suo portavoce Dmitri Peskov ha ricordato che si tratta di una "opinione personale" e che il leader del Cremlino "non è nè un investigatore, nè un giudice nè un avvocato".

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SDA-ATS