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Russia: oppositore Navalny condannato a cinque anni di carcere

Alexei Navalny, il blogger anti corruzione e il principale oppositore del presidente russo Vladimir Putin, è stato condannato a cinque di carcere per appropriazione indebita. L'accusa aveva chiesto una condanna a sei anni.

Alexei Navalny è stato ammanettato e preso in custodia dalla polizia nell'aula del tribunale di Kirov, 900km a nordest di Mosca, che lo giudicava. Proprio ieri, a sorpresa, la commissione elettorale aveva ammesso la sua candidatura a sindaco della capitale russa proposta da un vasto fronte dell'opposizione.

Non si sono fatte attendere le reazioni alla sentenza. L'Alto rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza Catherine Ashton ha affermato che la condanna suscita "preoccupazione" e solleva "seri interrogativi" sul rispetto dello stato di diritto in Russia. Durante il processo che ha preceduto la condanna, osserva Ashton, le accuse contro gli imputati "non sono state verificate".

"La società civile svolge un ruolo vitale - sottolinea Ashton - nell' evidenziare comportamenti scorretti e difendere i diritti umani e quindi non dovrebbe essere messa a tacere". L'esito del processo, alla luce della procedura seguita, prosegue l'Alto rappresentante Ue, "solleva seri interrogativi sul rispetto dello stato di diritto in Russia".

Gli Stati Uniti sono da parte loro "profondamente delusi" per la condanna di Navalny. Lo scrive su Twitter l'ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, il quale sottolinea quella che a suo giudizio è stata "la natura apparentemente politica" del processo a Navalny.

Critiche anche da Parigi. "Siamo preoccupati per la condanna di Alexei Navalny. Notiamo che le strade di un ricorso non sono esaurite e che questa condanna potrebbe rivista in appello", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri della Francia, Philippe Lalliot.

L'oligarca anti-Putin Mikhail Khodorkovski, da anni in carcere per presunti reati fiscali, ha dal canto suo denunciato la condanna del blogger e oppositore russo come un prodotto della "macchina repressiva" del Cremlino, invitando i russi a resistere.

"Il verdetto di colpevolezza era scontato", scrive Khodorkovski, denunciando l'attitudine del potere di imputare agli oppositori reati comune come un retaggio "dell'era staliniana e di quella di Khrusciov-Brezhnev".

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