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Paul Ryan

KEYSTONE/EPA/MICHAEL REYNOLDS

(sda-ats)

Lo speaker della Camera, Paul Ryan, si è recato alla Casa Bianca per comunicare al presidente Donald Trump che tra i repubblicani non ci sono i voti sufficienti a varare la nuova riforma sanitaria.

Ma non viene concordato un altro rinvio, come ieri: si vota alle 15.30 (le 20.30 in Svizzera), annuncia con tono quasi rassegnato il portavoce del presidente, Sean Spicer, assicurando che Trump "ha fatto tutto ciò che poteva" ma "non si può costringere la gente a votare, non è una dittatura".

Del resto era difficile cancellare l'ultimatum del tycoon: "approvatela o resterà in vigore l'Obamacare", aveva minacciato ieri sera in un clima da resa dei conti con il partito, scommettendo che i repubblicani non avrebbero osato far fallire la prima grande legge del suo mandato, una delle principali promesse elettorali sue ma anche del Grand Old party.

Invece, salvo colpi di scena, Trump subisce un clamoroso schiaffo dal suo partito, anche se scaricherà la colpa su di esso. "Un errore da debuttanti", aveva profetizzato Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera.

Giocando d'azzardo, il magnate si è giocato la sua reputazione di negoziatore e la sua credibilità di presidente, dopo il doppio fiasco del suo bando anti musulmani, minato in gran parte dalla stessa fretta con cui è stato partorito l'American Health care act: una riforma che si è guardato bene dall'etichettare come 'Trumpcare', fiutando forse la strada piena di ostacoli, anche nell'eventuale tappa al Senato, dove la maggioranza repubblicana è più risicata (52 a 48).

Dopo la maratona di negoziati alla Casa Bianca e a Capitol Hill e la dozzina di emendamenti per assecondare le opposte richieste dell'ala conservatrice e di quella moderata del suo partito, Trump voleva chiudere presto, prima della pausa pasquale, pur sapendo di avere oltre 30 deputati contro e una quindicina orientata per il no ad una 'controriforma' che avrebbe fatto uscire dal sistema sanitario 14 milioni di persone già nel 2018.

Oggi aveva rilanciato la sfida via Twitter e aveva incalzato i riottosi deputati pro-life del Freedom Caucus, accusandoli - nel caso avessero bloccato la riforma - di tenere paradossalmente in vita Planned Parenthood, l'organizzazione per la pianificazione familiare che garantisce anche l'aborto.

Ma neppure lui aveva fatto previsioni: "vedremo cosa succede", aveva detto il tycoon, già messo all'angolo dall'incalzare del Russia-gate e dal rischio di uno stallo della conferma come giudice della Corte Suprema di Neil Gorsuch, boicottato dai democratici al Senato, dove i repubblicani hanno bisogno di altri otto voti. In caso di vittoria, Trump sarebbe apparso come il vero dominus del Grand Old Party, ma la bocciatura equivale ad un ennesimo colpo di immagine e prelude ad un rapporto con il partito difficile, se non conflittuale, in un Congresso dove i democratici sono decisi a non fargli sconti su nulla.

A molti deputati repubblicani i suoi continui diktat non piacciono: "siamo in una repubblica?", si è chiesto Thomas Massie, fermo sul no e sdegnato che l'esecutivo detti il suo ordine del giorno al potere legislativo.

Il naufragio della riforma sanitaria è un grosso smacco anche per lo speaker della Camera, Paul Ryan, che ha supervisionato il disegno di legge e che finora si era fatto garante del rapporto tra la presidenza e il Congresso. Ai cronisti che gli chiedevano se Ryan dovrebbe dimettersi in caso di fallimento, Trump ha risposto mettendo le mani avanti, sostenendo che dovrebbe rimanere al suo posto.

Ma anche questo si vedrà. Qualcuno mormora che le scosse di terremoto faranno tremare anche la poltrona di Reince Priebus, il capo dello staff della Casa Bianca che come ex presidente del partito avrebbe dovuto assicurare la cinghia di trasmissione con il Congresso. La bocciatura della riforma rischia di avere ripercussioni pure sullo stesso partito repubblicano, nelle prossime elezioni di midterm.

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SDA-ATS