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Salari: nel 2021 la crescita più bassa dal 1999, è colpa del Covid

Molti dipendenti si vedranno confrontati con un potere d'acquisto in calo l'anno prossimo. KEYSTONE/JEAN-CHRISTOPHE BOTT sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 29 ottobre 2020 - 12:00
(Keystone-ATS)

Nel 2021 la crescita nominale dei salari ammonterà allo 0,3%, ciò che equivale alla progressione minore dal 1999, e anche quel poco sarà praticamente azzerato dall'inflazione: è quanto emerge da un'indagine effettuata da UBS.

La grande banca, che basa la sua previsione su un sondaggio realizzato presso 325 aziende e associazioni, nota come la progressione pronosticata per il 2021 sia assai inferiore a quella media del 2020, che - stando alle risposte degli interpellati - è stata dello 0,8%.

In realtà lo scarto è molto più elevato: la rivalutazione del franco e il forte calo del prezzo del petrolio fanno infatti presagire per quest'anno 2020 un rincaro negativo, pari al -0,6%. Con la ripresa dell'economia e il probabile aumento dei prezzi del greggio per il prossimo anno, l'inflazione annua dovrebbe invece tornare a toccare valori leggermente positivi, che gli esperti di UBS ipotizzano al +0,2%. Di conseguenza, il livello salariale del 2020 dovrebbe salire dell'1,4%, mentre l'incremento per il 2021 sarebbe solo dello 0,1%.

In 12 di 22 settori economici non è previsto alcun ritocco al rialzo. Nessuna delle aziende intervistate pianifica però riduzioni in busta paga: ma concretamente - considerata l'inflazione - i lavoratori di questi comparti vedranno i loro stipendi calare. I segmenti interessati sono quelli maggiormente colpiti dalle misure adottate contro la pandemia da coronavirus: turismo, cultura, sport, istruzione e media.

Ma anche le aziende operanti in attività industriali sensibili alla congiuntura, come il ramo meccanico, elettrico e metallurgico (MEM), così come i settori dell'orologeria e della gioielleria, prevedono un aumento salariale pari allo zero. Per i restanti dieci comparti, la crescita nominale varia tra lo 0,2 e l'1,0% La progressione maggiore è attesa per i settori dell'energia, dell'approvvigionamento e dello smaltimento.

Fra il 2020 e il 2021 si annunciano quindi differenze importanti. Il rincaro negativo consente di prevedere per quest'anno la maggiore crescita salariale reale dal 2015. Oltre all'indennità per lavoro ridotto, ciò contribuisce a sostenere il potere d'acquisto locale e quindi ad attutire il peggior crollo delle spese per i consumi registrato da decenni, osservano gli specialisti di UBS.

Nel 2021, al contrario, il ristagno delle retribuzioni reali potrebbe pesare sui consumi. Molto più importante al proposito appare tuttavia lo sviluppo della pandemia: se i progressi della medicina consentiranno di alleviare la situazione, i consumi dovrebbero registrare un passo avanti, nonostante una crescita salariale praticamente nulla.

Il 2021 non si annuncia comunque sotto buoni auspici: solo un quinto delle aziende interpellate si aspetta una ripresa dell'economia elvetica, un dato analogo a quello del 2009, durante la crisi finanziaria. Le prospettive negative si riflettono anche nelle aspettative delle imprese per il mercato del lavoro: l'82% si attende un aumento del tasso di disoccupazione. Secondo le stime di UBS la quota dei senza lavoro salirà dall'attuale 3,2% al 3,9%.

Nel sondaggio è stato anche affrontato il tema del telelavoro: durante il lockdown della primavera 2020, in media il 53% degli impiegati d'ufficio ha lavorato da casa, mentre prima della pandemia la quota si aggirava attorno al 7%. Al momento dell'inchiesta - condotta dal 14 settembre al 7 ottobre 2020 - il 25% del personale d'ufficio si trovava in home office.

Il 44% delle imprese vorrebbe estendere in futuro l'offerta di telelavoro e quasi un terzo degli interpellati consente già attualmente ai propri collaboratori di lavorare da casa a tempo indeterminato. Solo il 10% delle imprese vorrebbe tornare allo stato pre-coronavirus.

Gran parte dei costi connessi al lavoro dalla propria abitazione grava comunque sugli stessi collaboratori. Solo un quarto delle imprese infatti, vi partecipa. Più frequentemente, le aziende sostengono parte degli oneri per software, hardware e materiale d'ufficio. La partecipazione ai costi di affitto è assai meno diffusa: solo l'1% delle imprese sostiene i propri dipendenti in questo campo.

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