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Non c'è stato alcunché di "inappropriato": una commissione di inchiesta del Pentagono ha pienamente scagionato il comandante delle forze Usa e Nato in Afghanistan, generale John Allen, spianandogli, salvo colpi di scena, la via del comando Nato in Europa, in Belgio.

Allen era finito sotto inchiesta per i sospetti sulla fitta corrispondenza che ha avuto con Jill Kelley, la donna che ha di fatto involontariamente portato alla luce la relazione extraconiugale che a novembre ha costretto il generale David Petraeus alle clamorose dimissioni da direttore della Cia. Sospetti che, nei giorni in cui lo scandalo Petraeus è finito sui giornali di tutto il mondo, avevano indotto il segretario alla difesa Leon Panetta a chiedere la sospensione della nomina del generale Allen a Comandante delle forze Usa in Europa e Comandante supremo delle forze Nato. Nomina che ora riprenderà il suo cammino, ha annunciato la Casa Bianca.

Negli ultimi due mesi, una quindicina di investigatori del Pentagono hanno passato al setaccio in particolare 60 o 70 e-mail di alcune centinaia che il generale si è scambiato con Jill Kelley nell'arco di due anni e mezzo dal 2010, per verificare se ci fossero violazioni delle norme di sicurezza o etiche delle Forze Armate Usa. A sottoporre le e-mail al Pentagono era stato l'Fbi, che ne è venuto casualmente in possesso dopo essere stato allertato proprio dalla stessa Kelley con la sua denuncia su alcune minacciose e-mail anonime minatorie che aveva ricevuto. E-mail che, è poi stato scoperto, le aveva inviato Paula Broadwell, la biografa e amante segreta del generale Petraeus.

Sia Petraeus che Allen hanno conosciuto Jill Kelley quando erano di stanza allo US Central Command a Tampa, in Florida, dove la donna, di origini libanesi, era impegnata in una intensa attività di 'socialità' tra la comunità civile e quella militare, organizzando tra le altre cose fastosi party nella sua villa, assieme a suo marito. Poche ore dopo la diffusione dei risultati dell'inchiesta del Pentagono sul Washington Post è apparsa una lettera aperta in cui i coniugi Kelley chiedono al Congresso di considerare una maggiore protezione della "privacy digitale", perché "abbiamo vissuto sulla nostra pelle quanto la gestione senza cura di nostre informazioni da parte delle autorità e di media irresponsabili metta a rischio la privacy dei cittadini".

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SDA-ATS