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Siria: 23/mo venerdì di proteste; attivisti, 18 uccisi

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 agosto 2011 - 20:03
(Keystone-ATS)

A dodici giorni dalla scadenza dell'ultimatum imposto dal premier turco Tayyip Erdogan al suo ex amico ed ex alleato il presidente siriano Bashar al Assad perché metta fine alla repressione e avvii serie riforme politiche, il regime di Damasco non ha esitato oggi, 23/mo venerdì consecutivo di proteste popolari, a sparare contro i manifestanti che sono tornati in strada, a decine di migliaia, in quasi tutte le località del Paese.

In serata la segretaria di Stato americana, Hillary Clinton, ha esortato i partner commerciali della Siria a prender le distanze dagli al-Assad, rivolgendosi in particolare ai Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas naturale da Damasco, e che a Damasco continuano a fornire armamenti.

Nel pomeriggio i Comitati di coordinamento locali della rivolta, la piattaforma che riunisce gli organizzatori delle proteste, avevano già denunciato l'uccisione di almeno 18 persone: cinque a Duma, sobborgo a nord di Damasco; tre alla periferia di Aleppo, seconda città siriana; due rispettivamente a Saqba e Harasta, sobborghi della capitale, due nella regione di Idlib, frontaliera con la Turchia; altrettante a Hama; una a Dayr az Zor capoluogo della regione orientale al confine con l'Iraq e un'altra nei pressi di Homs.

Si tratta di città e cittadine tutte occupate o comunque assediate da giorni, se non da settimane, da carri armati e forze di sicurezza. Dal canto suo, l'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha riferito dell'uccisione di due poliziotti a Duma, colpiti a morte da non meglio identificati miliziani armati.

Nonostante la legge d'emergenza sia stata formalmente abrogata nei mesi scorsi dopo esser rimasta in vigore per quasi mezzo secolo, continuano gli arresti di attivisti. Tra questi figura Abdel Karim Rihawi, predidente della Lega siriana per i diritti umani, da ieri sera nelle braccia dei servizi di sicurezza di Damasco e la cui immediata scarcerazione è stata invocata oggi dai ministeri degli esteri francese e italiano.

Gli attivisti hanno inoltre denunciato anche oggi la profanazione dei simboli più cari ai musulmani: numerose moschee sono state chiuse (Banias, Hama, Homs, Daraa), altre sono state occupate dai militari, due minareti sono stati abbattuti nel giro di 48 ore a Dayr az Zor. Un vero e proprio oltraggio per la maggioranza della popolazione sunnita, che costituisce il nerbo della protesta e che da 12 giorni celebra il Ramadan, il mese sacro del digiuno.

A quasi cinque mesi dall'inizio delle proteste e della conseguente repressione, che secondo le organizzazioni umanitarie siriane ha causato la morte di oltre duemila siriani, questo venerdì - il secondo venerdì di Ramadan, il mese sacro islamico del digiuno - era stato battezzato dagli attivisti, musulmani sunniti, "il venerdì di coloro che non si inginocchiano se non di fronte a Dio".

Le manifestazioni erano iniziate come di consueto subito dopo la preghiera di metà giornata e sono proseguite - secondo il racconto di attivisti - nonostante il fuoco degli agenti e i bastoni degli shabbiha (bande di lealisti) fino all'iftar, la rottura quotidiana del digiuno. Nuovi cortei sono annunciati in serata dopo la preghiera detta del 'tarawih', effettuata solo dai sunniti e che segue il banchetto dell'iftar.

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