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Siria: Erdogan, Assad sta per andarsene. Offensiva ad Aleppo

Dopo i bombardamenti, l'esercito siriano avrebbe imminente un'offensiva di terra per domare la rivolta della città di Aleppo, giunta al settimo giorno. Intanto, il premier turco, Recep Erdogan, afferma che il presidente siriano Bashar al Assad sta per andarsene.

L'esercito siriano starebbe ammassando truppe e forze speciali nei dintorni di Aleppo per un'imminente offensiva. Uno schieramento rivelato da fonti della sicurezza a Damasco e confermato anche dagli Stati Uniti, che ora temono un "massacro".

Il Dipartimento di Stato in serata ha riferito infatti di avere notizie certe della presenza di colonne di carri armati del regime che si stanno dirigendo verso la città, insieme a elicotteri e altri armamenti pesanti, e ciò fa temere a Washington una "seria escalation" di violenza contro i ribelli. "Temiamo un massacro, i nostri cuori sono con la gente di Aleppo", ha detto la portavoce del Dipartimento, Victoria Nuland.

Intanto oggi fra Turchia e Siria si sono consumate schermaglie politico-militari come non accadevano da trenta anni tra i due Paesi, fino a ieri amici. In particolare Damasco spaventa Ankara per aver perso il controllo di parte del territorio nord-orientale, dove ci sono le milizie del PKK siriano. Erdogan ha accusato la Siria di aver "consegnato" ben cinque province del nord della Siria alla guerriglia curda, affermando che la Turchia potrà esercitare il suo diritto di "inseguire" i ribelli in territorio siriano.

Ma non è solo Ankara ad alzare gli scudi contro la Siria. Anche Israele, separata dal tradizionale nemico da una linea armistiziale che da decenni è uno dei luoghi più tranquilli del Medio Oriente, ha fatto sapere di aver aumentato il numero di uomini sulle alture del Golan e rafforzato le barriere difensive.

Le notizie che giungono dall'interno della Siria inducono le cancellerie straniere a pensare che il collasso del regime sia vicino. Dopo le ultime defezioni di tre diplomatici siriani - confermate ma al tempo stesso minimizzate da Damasco, è tornato oggi alla ribalta il generale Manaf Tlass, figlio d'arte (suo padre è stato per ben 32 anni l'inamovibile ministro della Difesa) che dopo aver disertato ed essere fuggito all'estero due settimane fa si è proposto come mediatore tra oppositori e regime per metter fine alla crisi.

Dopo Parigi, il sunnita Tlass, ex amico intimo del presidente al Assad ed ex comandante di un'unità della temibile Guardia Repubblicana, si è recato nei giorni scorsi in Arabia Saudita facendosi riprendere dalle tv panarabe mentre compiva il "piccolo pellegrinaggio" alla Mecca. Dopo aver strizzato l'occhio ai sunniti siriani che sostengono la rivolta, stasera Tlass è stato ricevuto ad Ankara dal ministro degli esteri turco, Ahmet Davotuglu.

E in serata, a Doha in Qatar - l'altra potenza regionale sunnita che sostiene i rivoltosi siriani - stanno affluendo membri del Consiglio Nazionale Siriano, principale piattaforma di oppositori all'estero per discutere della formazione del "governo di transizione".

Una manovra affrettata secondo l'Iran, rivale dell'Arabia Saudita e tradizionale alleato degli al Assad, che ha oggi ribadito il suo "immutato" sostegno al regime di Damasco sottoposto a crescenti pressioni occidentali ma non a reali minacce di guerra.

Il segretario generale dell'ONU Ban ki Moon, da Sarajevo, ha infatti ribadito che alle Nazioni Unite non è in discussione nessun ipotesi di un intervento militare. Dal Cairo, il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, ha confermato che con i partner occidentali e arabi si cerca una soluzione politica.

Sul terreno, ad Aleppo, un reporter dell'agenzia turca Anadolu, che segue la battaglia tra le file dei ribelli, afferma che il loro numero in città si aggira intorno alle seimila unità e che sono ben sostenuti dalla popolazione locale.

Ma si combatte anche a Damasco, dove i quartieri della cintura periferica meridionale - compreso il campo profughi palestinese di Yarmuk - sono stati oggi sotto una pioggia di colpi di artiglieria e dell'aviazione governative.

Scenario analogo nel centro storico di Homs e a sud di Daraa, al confine con la Giordania. Gli attivisti contano finora 146 uccisi soltanto oggi.

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