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Siria: nono anno di guerra, quasi 400mila morti

Sono 384mila le persone uccise in nove anni di guerra in Siria. Immagine d'archivio. KEYSTONE/AP sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 14 marzo 2020 - 19:39
(Keystone-ATS)

Il nono anniversario dello scoppio della guerra in Siria giunge mentre nel paese, sconvolto da un conflitto che ha ucciso centinaia di migliaia di persone, non si registra ufficialmente nessun caso di contagio da Covid-19.

Un record, almeno apparente, che nel Mediterraneo è condiviso solo dalla Libia, altro paese travolto dalle violenze, e dal piccolo Montenegro.

Il governo di Damasco, che formalmente controlla gran parte dei territori con l'esclusione dell'est e del nord-ovest, ha ribadito che fino a oggi non ci sono persone infettate dal coronavirus. Sui social media compaiono invece da giorni voci, non verificabili in maniera indipendente, dell'esistenza di "centinaia di casi" di infezione.

Quel che è certo è che il governo centrale ha comunque cominciato, forse tardivamente, a correre ai ripari: oggi è stato annunciato il rinvio, di oltre un mese, delle elezioni legislative, previste per il prossimo 13 aprile. La nuova data è il 20 maggio. Da stamani, in tutte le aree in mano alle forze lealiste, appoggiate dalla Russia e dall'Iran, le scuole e le università sono chiuse almeno fino al 2 aprile.

Ma in Siria è da anni in corso una spartizione territoriale tra le potenze regionali. Tutto era cominciato nel 2011, con massicce proteste popolari anti-governative subito represse nel sangue e poi degenerate in una rivolta armata che dal 2012 ha spalancato le porte ai più disparati attori stranieri.

Secondo l'Osservatorio per i diritti umani, in nove anni di guerra sono 384mila le persone uccise, 116mila delle quali sono civili. Ma si tratta di bilanci controversi. Già nel 2016, l'Onu documentava 400mila uccisi in 'soli' 5 anni.

Nel disastrato contesto siriano, con circa 11 milioni di persone che hanno abbandonato le loro case tra profughi all'estero (5 milioni e mezzo) e sfollati interni (6 milioni), è di fatto impossibile pensare di far fronte all'eventuale espandersi del Covid-19.

Nel nord-ovest, la Turchia e la Russia si sono accordate per dividersi quel che rimane, tra Idlib e Aleppo, delle aree cadute nel 2012 in mano alle opposizioni armate. Secondo l'Onu, nella zona rimangono circa 4 milioni di persone con bisogno umanitario. E di questi un milione sono stati sfollati dalla recente offensiva di Mosca e Damasco: 600mila sono bambini, 200mila sono donne. Nella zona di Idlib non ci sono ospedali funzionanti degni di questo nome. E tra gennaio e febbraio si sono registrati casi di civili, anche neonati, morti per il freddo e per l'assenza di medicinali.

Nella Siria orientale invece, l'insurrezione dell'Isis non è mai stata sconfitta. E i jihadisti continuano a colpire. Qui operano le forze curde, appoggiate dalle truppe americane, mai veramente ritiratesi come invece più volte annunciato dal presidente Donald Trump. La presenza statunitense è mirata oggi a contrastare quella dell'Iran, presente con milizie irachene, libanesi e afghane, nella basse valle dell'Eufrate, nella Siria centrale e in quella occidentale.

In questa zona, si intensificano i raid aerei israeliani, mentre la Russia emerge come la potenza incontrastata. Da decenni alleata di Damasco, Mosca è oggi l'attore più influente in tutto il Mediterraneo orientale. E, col placet anche di Washington, sfrutta il trampolino siriano per ampliare il suo raggio d'azione fino verso la Libia.

Proprio verso la Libia, divisa militarmente tra governo di Tripoli e quello di Tobruk, si ripropone lo scontro tra Russia e Turchia: Ankara invia miliziani siriani di Idlib e Aleppo a sostegno di Tripoli, Mosca recluta civili e miliziani da Damasco, Suwayda, Homs e Hama in appoggio a Tobruk.

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