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Siria: nuovi lampi di guerra con Turchia, bomba a Damasco

Questo contenuto è stato pubblicato il 07 ottobre 2012 - 21:58
(Keystone-ATS)

Nuovo scambio di colpi d'artiglieria tra Siria e Turchia al confine nord-occidentale nel pomeriggio, combattimenti sanguinosi ad Aleppo (nord) per l'intera giornata e, in serata, una bomba che fa saltare in aria un'auto nel centro di Damasco, nel parcheggio del quartier generale della polizia, uccidendo un poliziotto.

È stata un'altra giornata di tensione e sangue quella trascorsa oggi in tutta la Siria e in particolare, per il quinto giorno consecutivo, al confine con la Turchia. Qui nel primo pomeriggio un nuovo proiettile di mortaio sparato dal territorio siriano è caduto nei pressi del villaggio turco di Akcakale, la stessa località dove in un episodio analogo mercoledì erano stati uccisi cinque civili. Oggi non vi sono state vittime né feriti, il colpo ha centrato il giardino di un edificio pubblico, un'azienda agricola statale che, per motivi precauzionali, era stata evacuata ed è comunque situata a diverse centinaia di metri dal centro di Akcakale.

Ciò nonostante la reazione turca è stata immediata: colpi d'artiglieria sono stati sparati verso il territorio siriano, non si sa con quale esito dato che fino a tarda sera da Damasco non era venuta nessuna comunicazione ufficiale sull'episodio. Silenzio della politica anche da Ankara che peraltro, dopo aver ottenuto l'autorizzazione del Parlamento a compiere operazioni militari in Siria, risponde colpo su colpo ad ogni tiro che dalla Siria finisce in Turchia.

La Turchia, attraverso il ministro degli esteri Ahmed Davutoglu, è invece tornata ad insistere sulla necessità di un cambiamento radicale della leadership di Damasco. Il vicepresidente siriano Faruk al Shareh - ha detto - "è un uomo ragionevole" che "non ha partecipato ai massacri nel suo Paese ... Non c'è nessuno che conosca il sistema meglio di lui" ed è quindi la persona più adatta a sostituire il presidente Bashar al Assad.

Quest'ultimo, secondo fonti dell'opposizione, avrebbe perso un altro prezioso collaboratore, suo cugino Hussam Assad, tra i maggiori responsabili della sicurezza del regime. "L'abbiamo catturato ieri a Homs", ha rivendicato con enfasi Sheikh Adnan al Arour, uno dei leader salafiti in Siria, senza specificare dove sia stato portato l'uomo e in quali condizioni.

Anche i combattenti dell'opposizione hanno però oggi parzialmente perso una diversa battaglia. Arabia Saudita e Qatar hanno infatti deciso di non consegnare armi pesanti ai ribelli, rispondendo così alle pressioni degli Stati Uniti che temono, nel marasma generale, un rafforzamento incontrollabile dei gruppi integralisti islamici. Dotati di un potenziale bellico pesante, questi ultimi potrebbero spostare a loro favore il corso della guerra, con conseguenze, secondo gli osservatori, imprevedibili a lungo termini me nel complesso non favorevoli all'Occidente nell'immediato.

Senza armi pesanti, i ribelli possono resistere alle truppe di Assad, decisamente meglio equipaggiate, ma non sono in grado di portare spallate decisive. Lo testimoniano i sanguinosi combattimenti che devastano da settimane Aleppo, seconda città del Paese. E poi i dintorni di Damasco, Homs, Hama, Deraaa e la provincia di Idlib, bombardati a ripetizione anche oggi dall'aeronautica militare di Assad.

E lo testimonia, in un certo senso, anche la bomba che ha fatto saltare in aria stasera nel cuore della capitale un'auto nel parcheggio della polizia. Diversi i bilanci a seconda delle fonti. L'Osservatorio siriano dei diritti umani ha detto che vi sono "morti e feriti" ma non ne ha precisato il numero; l'agenzia ufficiale Sana ha comunicato che nell'esplosione è morto "un martire", un poliziotto che stava compiendo il suo lavoro.

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