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Si curano i sopravvisuti dell'attacco chimico

KEYSTONE/EPA/MOHAMMED BADRA

(sda-ats)

Dopo l'attacco di ieri avvenuto a Idleb in Siria, in cui almeno 70 persone sono morte e centinaia sono rimaste intossicate, l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si dice "allarmata" dai dati che parlano dell'uso di armi chimiche altamente tossiche.

Armi "bandite dal diritto internazionale perché rappresentano un'intollerabile barbarie", commenta Peter Salma, direttore esecutivo Oms per i programmi di emergenza sanitaria.

La situazione nel paese mediorientale è drammatica. La capacità degli ospedali nell'area vicino Idleb è limitata, perché molte strutture sono rimaste danneggiate dal conflitto. Le unità di emergenza e cure intensive sono sopraffatte, scarseggiano le medicine, e molti pazienti sono stati mandati negli ospedali del sud della Turchia. Alcuni casi mostrano segni coerenti con l'esposizione ad agenti organofosforici, tra cui vi sono sostanze che agiscono sui nervi.

L'atropina, antidoto per alcune di queste sostanze, e i farmaci steroidi per il trattamento dei sintomi, sono stati immediatamente inviati a Idleb dai partner dell'Oms, che sta organizzando una spedizione di medicinali dalla Turchia ed è già pronta a fornire apparecchi salva-vita e ambulanze.

Il bilancio del conflitto in Siria dopo 6 anni è quello di una catastrofe umanitaria che continua a peggiorare: quasi 300mila civili uccisi, 1,5 milione di feriti, quasi 13 milioni di persone dentro il paese e altri 5 milioni di rifugiati nei paesi vicini che hanno bisogno di assistenza sanitaria urgente.

I due terzi degli operatori sanitari specializzati hanno lasciato il paese, e oltre la metà degli ospedali pubblici e strutture sanitarie sono chiuse o parzialmente funzionanti. Tanti gli attacchi subiti da medici e strutture: 338 nel 2016, 31 gli operatori rimasti uccisi e 94 quelli feriti, mentre nel 2017 sono già 27 gli attacchi segnalati.

L'Oms invita la comunità internazionale a donare 455 milioni di dollari per dare assistenza sanitaria, e altri 373 milioni per aiutare i rifugiati presenti in Turchi, Libano, Giordania, Egitto e Iraq.

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SDA-ATS