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Il ministro catalano Carles Puigdemont in Belgio (foto d'archivio)

KEYSTONE/AP/GEERT VANDEN WIJNGAERT

(sda-ats)

Dall'esilio belga che condivide con quattro suoi ministri, mentre gli altri otto sono in prigione a Madrid, Carles Puigedemont ha aperto a sorpresa al governo spagnolo e a possibili "alternative" all'indipendenza della Catalogna.

Un'apertura politica che interviene a poco più di un mese dalle cruciali elezioni del 21 dicembre, che dovranno determinare con chi stia la maggioranza dei catalani, con gli indipendentisti o con gli unionisti. E mentre il campo della "repubblica" inizia a fare autocritica sulle ultime settimane della corsa verso la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre, che ha fatto scattare la durissima reazione di Madrid e la decapitazione della istituzioni catalane.

Il Govern, ha ammesso il ministro "in esilio" Clara Ponsati, "non era abbastanza preparato per applicare l'indipendenza", non si aspettava una risposta "tanto contundente e autoritaria" di Madrid, "una risposta di guerra". Un'analisi condivisa da Erc, il partito del vice presidente Oriol Junqueras in carcere a Madrid. Il Govern, ha detto il portavoce Sergi Sabrià, non era "sufficientemente preparato" per costruire la repubblica "facendo fronte ad uno Stato autoritario pronto all'uso senza limiti della violenza": si era fissato una "linea rossa invalicabile", il rifiuto assoluto della violenza.

Erc, che i sondaggi prevedono primo partito il 21 dicembre, non ha commentato le parole di Puigdemont, che in un'intervista a Le Soir ha spiegato che una soluzione al conflitto catalano diversa dall'indipendenza "è sempre possibile", dicendosi disposto ad accettare "la realtà di un'altra relazione con la Spagna". "Ho lavorato 30 anni per ottenere un altro ancoraggio per la Catalogna in Spagna", ha aggiunto, accusando il Partido Popular di José Maria Aznar prima e di Mariano Rajoy dopo di avere "bloccato questo percorso". E di aver fatto crescere l'indipendentismo.

La mossa di Puigdemont sembra confermare le cicatrici lasciate dalla dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre nel fronte indipendentista, dopo le scintille fra il President e Junqueras, che si era opposto al progetto del primo di rinviare la proclamazione della repubblica e convocare invece elezioni. Nonostante gli appelli del President, i tre partiti che hanno governato la Catalogna negli ultimi due anni andranno al voto divisi. Erc con una lista guidata da Junqueras, con ministri in carcere o in esilio. La sinistra della Cup con la sua, aperta all'ex leader di Podemos Albano Dante Fachin. Il Pdecat con la "Lista del Presidente" di Puigdemont, pure con ministri esuli o detenuti.

In vista del voto un riposizionamento è in corso nei due fronti. Ciudadanos, con Ines Arrimadas, propone una coalizione unionista e si candida alla presidenza, che vuole strappare a Puigdemont o a Junqueras, se Erc arriverà primo. E poi c'è En Comù del sindaco di Barcellona Ada Colau, alleata con Podemos, che ha rotto il patto municipale con il Psc e punta ad essere l'ago della bilancia il 22 dicembre.

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SDA-ATS