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Sperisen non si arrende, ricorso a Strasburgo

L'ex capo della polizia nazionale civile del Guatemala Erwin Sperisen, noto anche come "il Vichingo". KEYSTONE/PETER KLAUNZER sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 09 giugno 2020 - 11:24
(Keystone-ATS)

Condannato a 15 anni di reclusione in via definitiva dalla giustizia elvetica, l'ex capo della polizia nazionale civile del Guatemala Erwin Sperisen non intende arrendersi.

A fine maggio, i legali dell'uomo hanno infatti depositato ricorso presso la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) di Strasburgo.

L'informazione, diffusa stamane dalla RTS, è stata confermata da Giorgio Campa, che insieme a Florian Baier assicura la difesa di Sperisen. Gli avvocati si rivolgono alla corte in quanto, a loro avviso, la condanna viola il diritto a un processo equo.

Secondo i legali, in particolare, non sarebbe stato rispettato il principio fondamentale della presunzione d'innocenza. Sperisen, che compirà 50 anni il 27 giugno, era stato riconosciuto colpevole di complicità nell'assassinio di sette detenuti nel 2006, fatto avvenuto nel penitenziario guatemalteco di Pavon.

Tuttavia, il principale responsabile del bagno di sangue, ovvero Javier Figueroa, amico d'infanzia e braccio destro di Sperisen, è stato scagionato da un tribunale di prima istanza austriaco già nel 2013. Un verdetto che non è stato contestato in appello.

Stando alla ricostruzione della giustizia svizzera, suggellata dal Tribunale federale (TF) lo scorso novembre, Sperisen, detto "il Vichingo" a causa della sua imponente statura e della folta barba rossa, non poteva ignorare i dettagli dell'operazione "Pavo Real". L'intervento, durante il quale sono stati uccisi i sette galeotti, era stato pianificato per riprendere il controllo della prigione, teatro di una rivolta. I carcerati ammazzati erano considerati i leader dell'ammutinamento e per questo sono finiti nel mirino di un commando composto da stretti collaboratori di Sperisen e guidato da Figueroa.

Sperisen, che è anche cittadino svizzero, si era rifugiato con la famiglia a Ginevra, prima di essere arrestato, nel 2012, e processato. I suoi avvocati contestano anche l'imparzialità dei giudici ginevrini e di quelli del TF. Inoltre, deplorano il fatto che non siano stati ascoltati testimoni a loro favorevoli.

La richiesta inoltrata alla CEDU è munita di una domanda di trattamento prioritario. Sperisen più volte si è lamentato della lentezza della giustizia svizzera, arrivando anche a scrivere a questo proposito all'allora presidente del Consiglio nazionale Marina Carobbio. I difensori ritengono che il caso debba essere trattato con urgenza, in quanto il loro assistito è attualmente rinchiuso a Thorberg (BE), il che rappresenta una privazione della libertà conseguente a una violazione dei diritti fondamentali.

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