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BERNA - La Confederazione intende rafforzare la lotta alle ramificazioni della mafia in Svizzera. A questo fine vuole creare, con le risorse interne, un apposito gruppo di lavoro e collaborare più strettamente con l'Italia.
Lo ha riferito oggi il capo della polizia giudiziaria federale, Michael Perler, alla trasmissione "Rendez-vous" della radio svizzera tedesca DRS. Il friburghese di 43 anni, che ha assunto il comando della polizia federale il primo di luglio del 2009, ha l'impressione che negli ultimi tempi sia stato troppo spazio libero all'espansione della mafia. A suo parere dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 e l'apertura delle frontiere ad est si è un po' trascurato di tenere meglio sott'occhio la mafia.
Tale atteggiamento deve ora cambiare - ha aggiunto Perler - e quest'anno la polizia giudiziaria federale mette fra le priorità la raccolta di informazioni sulle attività della mafia in Svizzera. Perler ha già discusso delle modalità di intensificare la collaborazione in questo ambito fra inquirenti svizzeri e italiani, in occasione di un incontro a fine maggio a Roma con i responsabili italiani delle operazioni contro la criminalità organizzata.
Lo scorso autunno Perler aveva sostenuto che "la 'ndrangheta è una delle organizzazioni mafiose italiane più attive in Svizzera, dove ha proceduto a investimenti nei settori della costruzione, dell'immobiliare e della ristorazione, in particolare in Vallese e Ticino". Egli si era mostrato critico sulla possibile redditività di alcuni "astronomici" investimenti stranieri nel settore turistico elvetico, ad aveva ricordato il rischio che i fondi provenissero da attività illecite.
Questa e la scorsa settimana gli inquirenti italiani hanno assetato due duri colpi alla 'ndrangheta calabrese, che, secondo l'istituto Eurispes, gestisce un volume d'affari di almeno 44 miliardi di euro (60 miliardi di franchi svizzeri).
Un'operazione condotta mercoledì tra l'alto Ionio cosentino, Reggio Calabria, Milano, Roma, Foggia, Bologna e Brescia ha portato al sequestro di beni per 250 milioni di euro e all'arresto di 67 presunti affiliati alla cosca di Corigliano, una delle più potenti della Calabria. Erano strettamente legati al clan anche di una dozzina di imprenditori in apparenza "puliti", che si prestavano a farsi intestare fittiziamente beni ed attività economiche acquisite con il reimpiego di denaro accumulato illecitamente.
Martedì della settimana scorsa è stata attuata quella che il ministro Roberto Maroni ha definito l'operazione "in assoluto la più importante contro la 'ndrangheta degli ultimi anni". Le Direzioni distrettuali antimafia (DDA) di Milano e Reggio Calabria hanno arrestato oltre 300 persone e decapitato i vertici delle cosche, che dalla terra d'origine avevano esteso i loro tentacoli soprattutto Milano e nelle province limitrofe. Il valore dei beni mobili e immobili sequestrati, in gran parte in Lombardia, è stato di circa 50 milioni di euro. Tra gli arrestati i boss Domenico Oppedisano, Pino Neri, Cosimo Barranca, Pasquale Zappia e Salvatore Strangio.

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SDA-ATS