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Gli Svizzeri sono buoni conoscitori di vini e apprezzano quelli di qualità, pronti a pagare prezzi alti, ma snobbano la produzione indigena, che pur non è seconda ai vini importati.

Lo dice il presidente degli enologi svizzeri Daniel Dufaux al giornale "24 Heures".

Il minor gradimento della produzione locale, a suo parere, è da ricercare nel deficit di immagine che circonda i vini elvetici. "In fatto di qualità il consumo nella Confederazione è uno dei migliori al mondo e i produttori dei paesi vicini lo hanno capito: con un forte potere d'acquisto lo Svizzero è disposto a mettere mano al borsello per una buona bottiglia", afferma Dufaux.

Paradossalmente, la vigna indigena, che pure fornisce il 36% del consumo, registra ogni anno un calo delle vendite e dei prezzi, a tutto vantaggio dei vini importati, "malgrado l'eccellente stato della vigna stessa, l'ottima formazione dei produttori e malgrado che il nostro modo di lavorare sia riconosciuto oltre confine".

Senza parlare dell'alto livello che ha raggiunto la nostra enologia, aggiunge Dufaux. Numerosi sono infatti gli stranieri che vengono a completare la formazione presso la scuola universitaria professionale agricola di Changins (VD). "Abbiamo tutto per ben figurare", commenta Dufaux, ma poi le cose vanno diversamente.

A riprova del suo ottimismo l'enologo vodese rileva che se la viticoltura francese non esportasse la metà della sua produzione sarebbe destinata a morire. Al contrario, in Svizzera il consumatore beve di più di quel che il mercato produce e ciò è indizio di fiducia. Ma il viticoltore svizzero fatica a vedere il bicchiere mezzo pieno.

Uno dei maggiori problemi, secondo Dufaux, risiede nel fatto che la produzione indigena non sa imporsi agli occhi del consumatore. "Bisognerebbe focalizzarsi sul mercato interno, pur mantenendo una quota di esportazione che serve a diffondere la nostra qualità fuori dai confini. Sarebbe davvero un peccato abbandonare la piazza svizzera per i vini francesi e italiani", conclude.

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SDA-ATS