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Termina domani missione Nato in Libia, ma è allarme vendette

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 ottobre 2011 - 21:12
(Keystone-ATS)

Alla vigilia della fine della missione Nato in Libia, si sta lavorando per organizzare una coalizione di volenterosi una volta che l'Alleanza sarà partita. Frattanto nel Paese, secondo la denuncia di Human Rights Watch (Hrw), è allarme vendette tra fazioni finora contrapposte con rappresaglie e spargimenti di sangue.

Dopo 215 giorni si concluderà lunedì l'Operazione della Nato, Unified Protector, partita a metà marzo dopo il disco verde delle Nazioni Unite. Alla mezzanotte di domani, 31 ottobre, il controllo dello spazio aereo libico passerà sotto la responsabilità del Consiglio nazionale di transizione (Cnt).

Le missioni sono state complessivamente oltre 26.200, delle quali più di 9.600 d'attacco. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha parlato di "una delle operazioni di maggior successo nella storia della Nato".

Nel frattempo ha preso corpo l'ipotesi di una Forza multinazionale che dovrebbe aiutare la stabilizzazione politica della Libia. La missione dovrà garantire la sicurezza dopo che la Nato sarà tornata a casa. Fra i Paesi che intendono aderirvi: Gran Bretagna, Marocco, Svezia e Giordania.

Nella Libia del dopo Muammar Gheddafi non si placano rivalità tra fazioni che per mesi si sono combattute, come denunciato da Human Rights Watch (Hrw) che ha documentato alcune incursioni compiute da miliziani di Misurata contro gruppi di sfollati provenienti da Tuarga, bastione dei partigiani filo-gheddafiani.

"Uomini armati di Misurata terrorizzano gli abitanti di Tuarga, e li accusano di avere commesso atrocità insieme alle forze di Gheddafi a Misurata", ma anche stupri e omicidi", ha afferma l'organizzazione di difesa dei diritti umani in un comunicato.

Continua intanto la fuga di Saif al Islam, il figlio di Gheddafi scappato con tutta probabilità nel sud della Libia e che forse avrebbe trovato riparo in un Paese confinante, Niger o Mali.

A tutt'oggi "non c'è alcun negoziato con la Corte penale internazionale (Cpi)", ha assicurato il procuratore Ocampo aggiungendo che contro il figlio del rais ci sono prove di coinvolgimento in attacchi contro i civili e nel reclutamento di mercenari.

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