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Il premier thailandese Prayut Chan-o-cha.

KEYSTONE/EPA/NARONG SANGNAK

(sda-ats)

Non è una vittoria a valanga e quasi un cittadino su due non è andato alle urne. Ma il risultato del voto sulla nuova Costituzione in Thailandia è inequivocabile: la Carta promossa dalla giunta militare è stata approvata con oltre il 60% delle preferenze.

Il voto che è anche un'implicita conferma popolare per la giunta militare al potere da due anni. E ora il Paese, per quanto con un sistema sbilanciato a favore dell'esercito, non ha più ostacoli istituzionali verso un ritorno ad elezioni il prossimo anno.

La Costituzione da 105 pagine - la ventesima dal 1932 - è passata con il 62% degli oltre 25 milioni di voti. La seconda domanda presente sulla scheda, relativa al potere del Senato di partecipare all'elezione del premier, è anche stata approvata seppur con un margine di poco più ridotto.

Il dato più deludente per la giunta del generale Prayuth Chan-ocha è quello dell'affluenza: si è fermata al 55%, ben lontana dall'80% auspicato dal primo ministro. In ogni caso, per l'establishment tradizionale è una vittoria.

La nuova Costituzione istituisce un Parlamento bicamerale con un Senato interamente nominato dall'esercito, che fa della difesa della monarchia una sua priorità. La magistratura, in teoria imparziale ma notoriamente schierata con il blocco militare-burocratico, avrà più poteri di controllo sulle dinamiche politiche. Il sistema elettorale proporzionale porterà alla formazione di Parlamenti più frammentati.

Il tutto metterà nero su bianco una maggiore influenza delle forze armate, e di conseguenza dell'élite di Bangkok e del sud monarchico. E la Carta consentirà anche di avere un primo ministro non eletto dal popolo.

Non è un caso che l'unica regione dove il "no" ha prevalso, seppur di poco, sia il popoloso nord-est fedele all'ex premier Thaksin Shinawatra, che dal suo auto-esilio continua a preoccupare l'establishment per la sua popolarità tra le classi medio-basse.

Ma non è bastato, e per vari motivi. Il sostanziale divieto di fare campagna elettorale per il "no" - oltre 120 persone sono state arrestate per averlo violato - e l'incessante propaganda statale hanno avuto un peso.

La necessità di posare le prime pietre per il futuro è stata enfatizzata dalla giunta, che ufficialmente si propone di promuovere le necessarie riforme contro la corruzione per arrivare alla riconciliazione nazionale.

Dal golpe del maggio 2014, i militari hanno incessantemente inculcato nella popolazione un atteggiamento di rigetto verso la politica, chiedendo di essere lasciati in grado di lavorare per riportare stabilità dopo un decennio di divisioni sociali e violenze.

Il problema è che il Paese rimane spaccato in due. A scavare il solco contribuiscono questioni regionali e di classe, e a seconda del campo Thaksin continua a essere considerato un idolo per la sua politica redistributiva, o un diavolo corrotto e populista.

Se parte della popolazione vorrebbe una piena democrazia, l'altra crede che tale formula non possa funzionare in Thailandia, preferendo lasciar fare a "brave persone" che hanno a cuore il Paese e non si fanno abbindolare da politici scaltri.

Sullo sfondo, rimane piena di incognite la questione dell'inevitabile successione reale, con re Bhumibol (88 anni) ormai confinato in ospedale e il principe ereditario Vajiralongkorn che è ben lontano dal godere della stessa autorità morale.

Per molti analisti, l'intero ultimo decennio in Thailandia è stato in sostanza una guerra di posizionamento tra fazioni rivali. In tale clima, già prima del voto di oggi Prayuth aveva promesso un ritorno alle elezioni nella seconda metà del 2017; un'eventuale successione, tema tabù in Thailandia, potrebbe rinviare il voto a chissà quando.

Ma qualunque Parlamento dovesse uscire dalla prossima tornata elettorale, lo scenario più probabile è ormai quello di una democrazia ibrida, in cui la parola finale spetterà a influenti personalità non elette dal popolo.

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SDA-ATS