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All'udienza preliminare apertasi oggi ad Arezzo per l'operazione 'Fort Knox' - inchiesta su un traffico di oro, per un valore di circa 180 milioni di euro, tra la Svizzera e la città toscana - 25 imputati su 66 hanno chiesto di patteggiare.

Altri 20 hanno chiesto il rito abbreviato. Il traffico venne scoperto dalla Guardia di finanza italiana nel 2012. Tra le accuse contestate agli imputati, l'associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione. Derubricata invece l'originaria imputazione di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio.

Su questa vicenda nel 2015 si è già espresso il Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona che ha dato il via libera alla trasmissione agli inquirenti italiani di documenti bancari concernenti il figlio del presunto capo della rete di contrabbando d'oro. L'uomo si era opposto alla rogatoria presentata nel marzo 2013 dalla procura di Arezzo.

L'indagine era sfociata già nell'ottobre 2012 nel blocco di 500 conti bancari e in 250 perquisizioni. Secondo gli inquirenti italiani la banda contrabbandava l'oro con delle vetture verso la Svizzera, dove il metallo prezioso veniva dotato di certificati ufficiali e rivenduto. Fra gli indagati vi sono anche persone residenti in Ticino.

Tra gli imputati che hanno chiesto di patteggiare due anni di reclusione, l'affarista di origine albanese Petrit Kamata, con casa nel Luganese, ritenuto dal pubblico ministero Marco Dioni, titolare delle indagini, il capo dell'organizzazione.

Ha chiesto il patteggiamento anche l'aretino Michele Ascione, indicato come il referente di Kamata per Arezzo, nella cui villa di San Giovanni dei Mori, a Marciano della Chiana, i finanzieri italiani sorpresero nel 2012 lo scambio di lingotti d'oro con contanti con un emissario in arrivo dalla Svizzera.

La decisione sui patteggiamenti è prevista tra maggio e giugno prossimi.

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SDA-ATS