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Tunisia: processo a Ben Ali, partito perché ingannato

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 giugno 2011 - 14:39
(Keystone-ATS)

Nel giorno dell'apertura del processo a suo carico, l'ex presidente tunisino Ben Ali, in una dichiarazione affidata al suo avvocato libanese Akram Azouri e fatta giungere all'Afp, spiega di non essere fuggito dalla Tunisia, ma di essere stato costretto ad abbandonare il paese per un inganno, quando il direttore generale della sicurezza, Ali el-Seriati, il 14 gennaio, gli disse che volevano ucciderlo e che il palazzo presidenziale era circondato.

Secondo Ben Ali, Seriati gli avrebbe detto di andare a Gedda per il tempo necessario ai servizi di sicurezza di "sventare il complotto e di garantire la mia sicurezza". Il velivolo che lo portò a Gedda, con la sua famiglia, anziché aspettare l'evolversi degli avvenimenti, tornò subito a Tunisi lasciandolo in Arabia Saudita. "Ho soggiornato a Gedda - ha scritto ancora Ben Ali - contro la mia volontà."

L'ex presidente afferma poi che "nel corso degli ultimi avvenimenti (quelli che portarono il 14 gennaio alla caduta del regime, ndr) non ho mai dato l'ordine di sparare con pallottole vere sui manifestanti". Nel corso della dura repressione dei moti di piazza, circa 300 persone sarebbero rimaste uccise. Su questi fatti sta indagando la giustizia militare.

Ben Ali smentisce anche le notizie sul "tesoro" che avrebbe costituito, insieme al clan familiare, nei 23 anni di dittatura: nessun conto bancario al di fuori della Tunisia, né in Svizzera, né in Austria, né in qualche altro paese. E nessun palazzo in Francia o altrove.

Intanto, come si prevedeva, Abdesattar Massoudi, uno degli avvocati d'ufficio dell'ex presidente Ben Ali e della moglie nominati alla fine della scorsa settimana, ha chiesto il rinvio del processo. Massoudi ha motivato la richiesta con il tempo necessario per leggere i capi di imputazione, preparare la linea di difesa e, magari, poter incontrare Ben Ali.

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