Navigation

Turchia: svolta, "Santa Sofia torna moschea"

Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul, si prepara a tornare moschea (foto d'archivio) KEYSTONE/EPA/SEDAT SUNA sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 09 luglio 2020 - 18:33
(Keystone-ATS)

Per l'annuncio che potrebbe cambiare la storia è ormai questione di ore: Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul, si prepara a tornare moschea. In attesa del verdetto domani del Consiglio di Stato, in Turchia ne sembrano certi.

I sostenitori del presidente turco Recep Tayyip Erdogan già festeggiano sui social media, mentre lo stesso portavoce presidenziale, Ibrahim Kalin, guarda al futuro dell'attrazione più frequentata dai turisti stranieri: "La riapertura al culto non danneggerà il suo status di patrimonio mondiale". Anzi, "ancora più persone la visiteranno".

Secondo Hurriyet, la decisione è stata presa "all'unanimità" dalla decima sezione del massimo tribunale amministrativo di Ankara: il decreto del 24 novembre 1934 con cui Mustafa Kemal Ataturk trasformò Santa Sofia in un museo per "offrirla all'umanità" va annullato.

La tesi accolta dai giudici si baserebbe sull'assenza di un'autorità legittima, visto che l'edificio sarebbe appartenuto a una fondazione che l'aveva ricevuto in eredità dal sultano Maometto II, che con la presa di Costantinopoli nel 1453 l'aveva convertito in moschea, dopo quasi un millennio in cui era stato il più grande luogo di culto della cristianità.

Presentato da un piccolo gruppo islamista locale, l'Associazione per la protezione dei monumenti storici e dell'ambiente, il ricorso verrebbe accolto dopo diverse bocciature negli anni scorsi. Per la modifica dello status del monumento occorrerà però un nuovo atto normativo. Prima di potervi tornare a pregare, i fedeli islamici dovranno attendere anche la copertura delle icone bizantine, come avvenne dopo la conquista ottomana. I tempi potrebbero non essere brevissimi. Ma per Erdogan, che definì "un errore molto grave" la trasformazione in museo, l'occasione è ghiotta: offrirlo in dono al suo elettorato nel quarto anniversario del fallito golpe che voleva rovesciarlo, il 15 luglio.

La comunità internazionale da settimane è sulle barricate. Dalla Russia agli Stati Uniti, dal patriarca di Mosca Kirill al segretario di Stato Usa Mike Pompeo, su Ankara sono piovuti appelli a evitare un passo che rischia di spaccare popoli e fedi. Per non parlare del grido d'allarme giunto dalla Grecia e dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli, primus inter pares nell'ortodossia mondiale, che per secoli a Santa Sofia ebbe la sua sede.

Nelle ultime ore si è fatta sentire anche l'Unione europea, chiedendo di non intaccare quello che oggi è un simbolo di dialogo interreligioso e interculturale. Inviti che Erdogan ha respinto al mittente, parlando di una questione di "sovranità nazionale". Una modifica unilaterale sarebbe anche in contrasto con l'attuale riconoscimento dell'Unesco come Patrimonio dell'umanità. Ma la Turchia sembra intenzionata a tirare dritto. Indebolito nei sondaggi dalla crisi economica, Erdogan potrebbe ricompattare la sua base realizzando il sogno decennale dell'islam politico. E a quel punto il voto, previsto nel 2023, potrebbe non essere più così lontano.

Condividi questo articolo

Partecipa alla discussione!

Con un account SWI avete la possibilità di contribuire con commenti sul nostro sito web e sull'app SWI plus, disponibile prossimamente.

Effettuate il login o registratevi qui.