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Dopo lunghe e concitate discussioni, il parlamento di Kiev dice sì allo status speciale per le aree del sud-est controllate dai ribelli. L'autonomia - prevista dagli accordi di Minsk-2 siglati a febbraio - dovrebbe durare tre anni, ma potrà essere avviata solo dopo lo svolgimento di elezioni locali nel rispetto della legge ucraina: una clausola questa che ha scatenato le ire di Mosca e dei filorussi, che ora accusano il governo di Kiev di violare i patti di Minsk e di voler fare le scarpe alle autorità separatiste.

Il capo della diplomazia russa, Serghiei Lavrov, lo ha detto senza mezzi termini: "È un tentativo di far dipendere" la messa in atto del provvedimento "dalle elezioni nelle regioni del sud-est, che si svolgeranno senza la partecipazione degli attuali leader delle autoproclamate repubbliche popolare di Donetsk e Lugansk". Uno dei capi ribelli, Denis Pushilin, ha addirittura parlato di "un punto di non ritorno" nel processo di pace e ha tuonato che i separatisti non accetteranno mai le modifiche agli accordi introdotte senza averli consultati.

Da parte sua, il presidente ucraino Petro Poroshenko - autore del progetto approvato oggi - ha ribadito la sua posizione: il governo di Kiev tratterà solo "con i rappresentanti di Donetsk e Lugansk eletti legittimamente secondo la legge ucraina, in un processo che rispetterà gli standard internazionali, inclusi quelli dell'Osce Odihr, in elezioni riconosciute da tutto il mondo civile". Come a voler sottolineare ancora una volta che le presidenziali e le legislative del 2 novembre scorso nelle repubbliche secessioniste sono state "una farsa sotto la minaccia dei carri armati".

Il voto inoltre si potrà tenere solo dopo che tutte le formazioni armate illegali si saranno sciolte o avranno abbandonato il Paese: una condizione al momento ovviamente inaccettabile per i miliziani, perché equivarrebbe a una resa.

Ma il parlamento ucraino - la cui maggioranza filo-occidentale oggi è apparsa divisa sulla concessione dell'autonomia - in serata ha anche approvato un documento che definisce "territori provvisoriamente occupati" quelli al momento nelle mani dei ribelli. E soprattutto ha dato disco verde all'iniziativa del presidente Petro Porosheno di chiedere all'Onu e all'Ue di dispiegare forze di pace nel sud-est.

I separatisti si sono subito detti contrari all'invio di peacekeeper, ma dal Cremlino - che ha diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e anche grande influenza sui ribelli - è arrivata una parziale apertura: "Se ne può discutere" ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, affermando che si tratta di un'opzione praticabile "con il consenso di entrambe le parti".

Intanto la tregua nel sud-est continua a reggere, ma rimane allo stesso tempo fragile e regolarmente violata. In mattinata, le forze armate di Kiev hanno denunciato l'uccisione di tre soldati nelle ultime 24 ore, mentre il leader dei ribelli di Donetsk, Aleksandr Zakharcenko, non ha perso occasione per gettare benzina sul fuoco: "Dobbiamo occupare tutte le nostre città in cui si è svolto il referendum" indipendentista dello scorso maggio - ha dichiarato - "e poi potremo dialogare alla pari con l'Ucraina".

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SDA-ATS