Contenuto esterno

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Europa e Turchia tornano ad avvicinarsi sulla spinta della crisi migratoria.

Ankara, colpita dalle sanzioni di Mosca dopo l'abbattimento del jet russo, e più sola nello scacchiere internazionale, stringe la mano dell'Ue ansiosa di mettere in sicurezza le proprie frontiere. La speranza è quella di arrivare ad entrare nella "famiglia", proprio come nella foto a 29 scattata prima del via ai lavori.

Il premier Ahmet Davutoglu parla di "giornata storica nel processo di adesione". Il primo ministro si dice "più fiducioso" poiché ora condivide con i leader Ue le "sfide globali", e ricorda che Ankara siederà a due vertici l'anno con l'Ue.

Nella stessa direzione il presidente del consiglio europeo Donald Tusk, che con Davutoglu si è riunito in una bilaterale pre-vertice. Il Paese "è il partner chiave per la lotta al terrorismo. Serve una migliore cooperazione su Siria e questione cipriota".

Ma all'indomani dell'omicidio dell'avvocato curdo Tahir Elci, e a pochi giorni dall'arresto di due giornalisti, il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker chiarisce: "l'accordo non ci farà dimenticare le divergenze su diritti umani e libertà di stampa. Ci torneremo in futuro".

Le trattative delle ultime settimane Ankara-Bruxelles sono state dure. Ankara ha messo a segno un mezzo punto sulla partita dei soldi per i rifugiati: nella dichiarazione finale ha ottenuto che i 3 miliardi siano "iniziali", lasciando la porta aperta ad altre somme, ma il tutto sottoposto a varie condizioni e "revisioni".

"Verseremo i tre miliardi alla luce dei progressi", avverte François Hollande. E il premier greco Alexis Tsipras mette in guardia "dobbiamo essere sicuri che la Turchia faccia tutto il dovuto". Per questo ci sarà un monitoraggio con meccanismi serrati ed un Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti) mensile.

Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi parla di "primo passo", ma con "modalità tutte da discutere". Di fatto in Ue, dove almeno quattro Paesi hanno già detto di non voler pagare (Cipro, Grecia, Croazia e Ungheria) e ancora non si è capito bene chi pagherà il conto, nessuno pensa davvero di versare più di tre miliardi.

Tra le ipotesi c'è anche quella altamente improbabile che i soldi possano arrivare dai fondi di coesione. Ma fonti diplomatiche spiegano che si tratta di una minaccia della Germania ai Paesi Visegrad (Rep. Ceca, Ungheria, Slovacchia e Polonia) per la loro scarsa collaborazione sui ricollocamenti.

Il veto di Cipro ha invece frenato l'avanzamento del negoziato per l'adesione. La dichiarazione finale prevede solo l'apertura del capitolo 17, il 14 dicembre. Il resto segue in una lettera, in cui la Commissione Ue si impegna a fare l'unica cosa in suo potere, ovvero "completare il lavoro di preparazione per l'apertura" dei capitoli che Ankara chiede. Il primo riflesso dell'accordo si dovrebbe vedere subito col calo di arrivi alle frontiere Ue.

Poi con l'accelerazione sulla roadmap per la liberalizzazione dei visti, che dovrebbe completarsi entro il 2016, l'accordo di riammissione dovrebbe diventare operativo dal prossimo giugno. Tra i grandi sponsor della riunione c'è anche Angela Merkel.

La cancelliera tedesca che "incoraggiata dai risultati" ha riunito altri sette leader (Olanda, Finlandia, Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, e Grecia) ai margini dei lavori, provando a spingere sui reinsediamenti dei profughi dalla Turchia.

Le reazioni sono state vaghe. C'è chi ipotizza un pull factor. La Fas ha lasciato trapelare un'ipotesi di 400mila reinsediamenti. Ma di cifre al mini-summit non se ne sono fatte. Di fronte alla cifra di 400mila la reazione del premier olandese Mark Rutte è "Non mi ci riconosco".

Neuer Inhalt

Horizontal Line


subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

swissinfo IT

Unitevi alla nostra pagina Facebook in italiano

SDA-ATS